|
domenica, aprile 27
centri di periferia.
(erotici, eretici, erranti)

Centri di periferia. Di gravità permanente. Mentre il treno andava tagliando l'appennino, ero con l'occhio fisso a quell'articolo su Il Foglio. La sera andavamo a Tor Pignattara, titolava l'autore Stefano De Michele pensando alle coccole e alle attenzioni per le borgate romane, nell'ultimo atto della campagna elettorale. Quando i comizi finali non si chiudono più in piazza bensì, a Tor Bella Monaca o, foss'anche Tor Pignattara. Centri di periferia, di gravità elettorale pemanente. Per Gianni ma, anche per Francesco detto Cicco Bello. Centro e periferia nell'eternità di una città sempre uguale e diversa da se stessa. Alla stazione Termini, la solita punkkabbestia scortata da quattro gendarmi che l'incanzano per aver rubato un non so cosa. Suore e mignotte con, di fianco, quel transone scosciato intento a truccarsi il viso. Siamo al centro della periferia. Dove il puzzo della metro s'impasta all'aroma di cipolle fritte proveniete dalla kebabberia proprio lì fuori. Centro e periferia che si mescolano alle scaglie di cinema. Di quella mignotta di Mamma Roma che sogna una vita intensa, più pura per lei ed il suo figlio Ettore. Scaglie di cinema di quel Nino monoocchio, brutto sporco e cattivo. Roma, nun fa la stupida stasera. Magari solo per questo giorno di sole splendente. Campo dei Fiori è tutto 'na pipinara 'dde ggente. De baracchini che se chiudono col mercato delle erbe che finisce. A Trastevere se magna bucatini alla amatriciana messi in pentola da ristoratori non molto indigeni. Che più escono dalla cucina e più li vedi scuri in volto. Indiani. O forse, pachistani. Non certo romani de Roma. Rumeni de Roma, forse. Centro e periferia che si incrociano nelle prime scollature vertiginose di seni volanti in via del Corso. E' solo la febbre da shopping. Dello smestecare nei negozi tra una strisciata di una carta di credito e l'altra. Ammazza che caldo, tutta sta 'ggente. Centro invivibile in questi giorni. In periferia si respira. Come al Testaccio. In quel luogo magico in cui le ceneri di Gramsci riposano. O come in via Tunisi. In quella piccola libreria in cui ho potuto trovare una delle rarissime copie di "Compagni Addio" di Giampiero Mughini. Libro fuori catalogo Mondadori, eppure ritrancciabile qui, nella periferia de Roma, proprio in culo ai Musei Vaticani. Oddio, farò la fine di Paola quando dice: sorca sono, sorca rimango. Erotico, eretico errante. Centri di periferia come qiello di MonteVidon Corrado, rifugio intellettuale del pittore surrealista (?) Osvaldo Licini. Sì, si può essere in culo al mondo sperduto eppure essere al centro del mondo. La pittura di Licini, non ha frontiere. E' da una finestra aperta dell'entroterra marchigiano che la sua arte partiva. Poteva lavorare a Parigi, pure a Roma o in capo al mondo. Eppure Licini ha scelto la periferia delle docili colline Marchigiane. Non un centro, non una periferia. Ma tanti piccoli centri quante sono le peiferie. In osmosi tra centro e periferia, in bilico come i suoi quadri di piani inclinati, quasi che scivolano. Come il suo intercedere claudicante col bastone. Quel bastone. Che, in una scuola di provincia, per amore, andò in testa ad un professore suo rivale in amore davanti ad una liceale dai lineamenti morbidi. Eppure periferia, eppure centro. Amalassunta senza confini: una mano al cielo, il piede volto a terra. Errante è la geometria degli spazi. Di chi li vive e di chi li animano.
Osvaldo Licini
La Mostra
mercoledì, aprile 23
effusioni e respiro

effusioni e respiro: vino e contatto. Mannaggia la distanza di sicurezza. Respiro effusioni.
Di vino, d'amicizia e di altre storie sciagurate
martedì, aprile 22
notizie di servizio:
Si può pure non essere d'accordo. Rispondere a questo blog, alzare la voce col garbo di chi rispetta l'idea altrui. Possiamo pure avere opinini diverse, perchè no? Chissà mai che qualcuno la possa pensare in maniera opposta alla mia? Benvenga il confronto. Epperò, una firma, un nomignolo di fantasia o, al limite una croce sui commenti la esigo. Non siam mica pupi in cartapesta. Grazie per la collaborazione. maredinverno
martedì, aprile 15
erezioni finali: ovvero, quando la libertà, non è uno spazio libero
Fatto del giorno
venerdì, aprile 11
erezioni politche: ovvero,appunti semiseri sui pensieri sparsi prima del voto
D'accordo. D'accordo?In testa, meglio avere poche idee chiare anzichè, molte e tutte confuse. D'accordo? Ora, poniamo pure che queste idee fossero - per la maggior parte degli elettori - pazze. Poniamolo anche se, non è questa la sede, in cui entrare in merito all'argomento in questione. Epperò, meglio talvolta la pazzia anzichè ritonare a dare credito a tanti parolai di professione che oggi si smuccicano tra loro e, tra un paio di mesi, li vedremo spartirsi la torta parlamentare tutti insieme appassionatamente. Perchè la paura ed il timore personale è quello di vedermi rappresentato dal Sig.Bicefalo Veltrusconi. Un brutto ceffo, sarebbe un ceffone all'Italia il Sig.Bicefalo. La riforma elettorale di qui, il superamento del passato di là, la grosse coalition alla tedesca, il riformismo. Insomma parole parole che da quindici anni si sentono ma che, all'atto pratico, si evitano accuratamente ogni qualvolta si ha l'occasione per un pizzico di cambiamento. Ed allora, meglio un uovo oggi che, una gallina domani. Anzi, pure meglio un uovo in faccia, anzichè livellarsi sulla media del triste spettacolo dei pupi in cui si è assistito in questi giorni in tv. Meglio una pazza idea che un agglomerato di parole. Meglio stavolta una battaglia intellettuale, un voto culturale. Una folle idea, quella di Ferrara. Ma sempre meglio della noia del panorama che si vede in giro. Del gioco degli specchi del Sig.Bicefalo nonchè, le rincorse a chi le spara più grosse. Ed allora, oltre la noia, il buon umore. Quella che il direttore chiama SuperPolitica. Quella politica secca allo stato puro, per cui, un pò strapazzata dai più. Come quelle uova a Bologna, ad Ancona e Pesaro. Come quelle uova in faccia a Palermo. E più uova in faccia e più buonuomore. Stavolta all'utilità del voto, oppongo la futilità incisiva della super politica. Sono quasi certo.
giovedì, aprile 10
erezioni politche: ovvero,appunti semiseri sui pensieri sparsi prima del voto
Al principale esponente del partito democratico ricordo che, il principale esponente del partito a lui avversario, ha un nome ed un cognome. Si chiama Silvio Berlusconi. E per fortuna che Silvio c'è. Ora che la campagna sta volgendo al lumicino, ora che lui - il Cav. - ha perso pure la voce nelle piazze comiziate di gente, per ascoltarlo bisogna sentirlo attraverso quell'inno. Che, in termini di marketing politico, fa un bafffo, sia a Baffino che a Ventroni e, pure Fassino. L'immagine, la cera, il controllo. Non affannarti caro Silvio. Non è un paese pe vecchi, questo. Se t'affanni poi, la tinta dei capelli inizia a colorare la fronte, scendendo giù giù. Un pò di caramelle di Propoli per la voce, un pò di zucchero che ti addolcisce un pò quando ti viene in mente quell'armata brancaleone che ti è avversa. L'immagine è tutto. Il controllo, la cera e, pure lo stile. Ricordi nel millenovecento94, usavi solo cravatte Marinella di Napoli. Blezer blu. Abito, giacca e cravatta in tiro. A Giuliano Ferrara, allora ministro, consigliasti di tagliare la barba. Senza peli in volto per tutto il consiglio dei ministri. Senza peli sul volto e sulla lingua. Fu un governicchio, durato lo spazio di un mattino, ma l'impronta d'immagine c'era. Poi, venne per te, l'era del girocollo blu, con o senza camicia. Sportivo ma non troppo. Col colore unico, azzurro. Ma il Patito era ancora a pezzette. An, Lega ed Udc, le tue costole al fianco. Fu l'era del presidente operaio, minatore, eccetera eccetera. Dall'elegante, allo sportivo, via via immaginando attraverso bandane estive bianche come il vestito di lino di quell'estate, fino ad arrivare al recente casual. Avete notato? In questa campagna, Silvio tiene la camicia nera. Sbottonata e senza cravatta. Segni del tempo? Recherche du temp perdù? O sintomo di apertura al suo pueblo? Di sicuro, uno studio, dietro questa nuova silhuette, c'è. Eccome se c'è. Forse una visione Soreliana - da Sorel - del popolo da penetrare dalla piazza. Lui, il candidato uomo che chiacchiera, penetrando la sua piazza-donna. Sempre con la camicia sbottonata. Sarà una visione fallica del mondo ma, ditegli tutto a quest'uomo, massacratelo pure, se volete. Ma non accusatelo di non saper essere un comunicatore sopraffino, trascinatore di folle e di intelletti.
mercoledì, aprile 09
erezioni politche: ovvero,appunti semiseri sui pensieri sparsi prima del voto
Peppe, recordete per domà matina. Artroete su la fabbrica, che véne Bertinotti a pijà le scarpe. Come, come? La terza carica pubblica dello stato, accorre - in piena campagna elettortale - nel cuore pulzante delle marche, per acquistare un paio di scarpe? Oh, quanta strada nei suoi sandali, quanta ne avrà fatta Bartali. Di strada, ovvio ma, senza bicicletta. In bici ci va solo il Professore, ormai in pensionamento forzato. Tra un comizio e l'altro, Betinotti, se la spassa. Ammoscia la erre coi suoi compagni locali che, per l'occasione, lavorano per lui, pure gratis. Certo - dicono costoro - mica si può far pagare le scarpe a Bertinotti? Va bene, l'economia, l'adeguamento dei salari, la condizione schiavista degli operai, però, per un paio di scarpe da donare a Fausto, si può pue lavorare gratis. Tanto, il sudore dell'artigiano che cuce un paio di scarpe non conta, in un territorio che campa solo di pane e calzatura. E poi. Diciamoci la verità. Betinotti non è un tipo che ostenta, no. E' uguale a tutti gli altri, perchè è lui che si batte per la parità con gli altri. Siamo tutti uguali, per carità di Iddio. Poi qualcuno, come lui, ha solo un villino di proprietà in Umbria, ma poco male. Un vezzo da nulla. L'importante è avere solidi valori di uguaglianza e pace tra i popoli. Poi, non c'è nulla di male farsi regalare un paio di scarpe artigianali, no?. Tanto, agli operai, il minimo garantito, glie lo ha già promesso. Siamo tutti uguali. E talvolta, qualcuno, lo è di più degli altri.
martedì, aprile 08
erezioni politche: ovvero,appunti semiseri sui pensieri sparsi prima del voto
Casini postali e telefonici. "Gentile Samuele, sono Walter Weltroni, candidato Presidente del Consiglio del Partito Democratico alle elezioni del 13 e 14 aprile". Walter, chi? Sticazzi, non ci credo: m'ha scritto Walter in corpore vili. Scritta di suo pugno, la lettera. Un pugno poco comunista e molto democristiano, verrebbe da dire. Una lettera al mio indirizzo di casa, sul precariato, sui giovani, sul dialogo, l'ambiente, la pace nel mondo e, bla bla bla. A me, viene a parlare di precariato, oibò. Ma gli occhi continuano a scorrere tra le righe. "Ti scrivo, sapendo bene che, forse, da parte tua, può esserci una certa diffidenza nei confronti della politica". Ma cosa stai dicendo Wolter?? Le parole sono importanti, diceva una volta Moretti, quand'era in gran forma. Ma come? Non sai della mia militanza intellettuale e - senza tessera - alla causa politica? Ma insomma. Non mi cadere dal pero, Walter. Credo che, al più presto, vadano date delle dovute spiegazioni al mittente. La missiva non corrisponde alla realtà. Che casino però 'sta campagna. Casini pure al telefono. "Pronto, sono PierFedinando bla bla bla". Non ci credete?E' Casini in persona che ci chiama a casa. Magari pure quando si è intenti a svolgere funzioni corporali. Chiama casa casa, Casini. E poi, T'affretti a rispondere. Alzi la conetta, pensi alla morosa che potrebbe dirti un non so che e, dall'altra parte del filo, trovi un disco rotto che ripete metallicamente di essere Pier Ferdinando Casini, di avere tali programmi e di essere diverso dagli altri. Non c'è nessuno, PierFerdi, mi dispiace. Debbo lasciare detto qualcosa ai padroni di casa? Che casino, sta campagna. Però. Fino ad ora non sapevo di avere amici così altolocati. Sticazzi.
lunedì, aprile 07
erezioni politche: ovvero,appunti semiseri sui pensieri sparsi prima del voto
Claudia, nella mia macchina, quando le cade l'occhio sul giornale spaginato che le è affianco. "Ma che leggi, Libero"? - sbotta incredula. "Ti facevo una persona più intelligente" - precisa. Ed io: "No, sta tranquilla, non leggo solo Libero" - proseguo - "a volte alterno anche con Il Foglio".
venerdì, aprile 04
erezioni politiche
Siccome tutti sbraitano, menano, contestano, si accapigliano, tirano sedie, uova, pomodori, sfondano cordoni, vetrine, sradicano paracarri, si lanciano contro il palco di Ferrara, si scontrano, lo occupano, non lo fanno parlare, fischiano, organizzano parapiglia e cori da stadio. Siccome, intorno alla lista pazza, da Livorno, a Firenze, a Torino e a Bologna, è tutto un crescere di ebollizione, un dilagare di irrequietezza, uno spumeggiare di effervescenza, è tutta un’agitazione, una concitazione, un sopravvenire di calore, di infiammabilità, un rinfocolamento nemmeno soltanto giovanile, perché i più giovani certo si scatenano, ma anche non pochi di mezza età stanno esplodendo come non capitava più loro da tempo. Siccome la tensione monta, monta la passione, la frenesia, il fuoco che si ha dentro, e si stanno facendo spazio l’impeto, il trasporto, la frenesia, l’affanno, il furore, la febbre, la foia, e insomma, c’è in giro tutto un eccitamento. E’ bellissimo avere la sensazione di essere diventati i protagonisti assoluti delle erezioni politiche.
Andrea Marcenaro, sul Foglio
|
|