maredinverno

   "Se c'è un luogo al mondo,in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E' tempo. Tempo che passa. E basta". A.Baricco

 



link

2Night
Achille Campanile
Alain Mikli
Altri Mondi
Amo lo spasso
Amorevolmente
Banco
Bustina di Minerva
Camillo's Blog
Corriere
Cose da Ostriche
Culturama
Debut
DiacoBlog
Dillinger è morto
Eco di Bergamo
farfalla pensierosa
Fausto Carioti
Forza Italia
Francesco Di Rosa
free your mind
Fuori Orario
Furibonda
G.'s open book
giornalistando
Hubi
Il Foglio
il Mucchio
Ila
Imdb - Cinema
Immaginando Sil
immagination
Indipendente
InfoParlamento
Io, Paolo
iride della follia
la gatta e la luna
Laboratorio dell'Allegra Brigata
liberazione
Libero
Libra
Luca Tosoni
Lucio Dalla
lunarimmel
Massimo Del Papa
Moonlight
Narciso di Vetro
Negramaro
Piccola Elisewin
Pino Scaccia
Planesio
Planesio Iobloggo
rubar le stelle
samarcanda
Semplicemente io
Sil
Sognina
sottocoperta
Stacult
Ti mangerei a colazione
Tommaso Farina
Tram28
Unibox
valeriuccia
Zia Agony
Zia Perversa
il mio archivio
oggi
ottobre 2009
settembre 2009
maggio 2009
aprile 2009
marzo 2009
febbraio 2009
gennaio 2009
dicembre 2008
novembre 2008
ottobre 2008
settembre 2008
agosto 2008
luglio 2008
giugno 2008
maggio 2008
aprile 2008
marzo 2008
febbraio 2008
gennaio 2008
dicembre 2007
novembre 2007
ottobre 2007
settembre 2007
agosto 2007
luglio 2007
giugno 2007
maggio 2007
aprile 2007
marzo 2007
febbraio 2007
gennaio 2007
dicembre 2006
novembre 2006
ottobre 2006
settembre 2006
luglio 2006
giugno 2006
maggio 2006
aprile 2006
marzo 2006
febbraio 2006
gennaio 2006
dicembre 2005
novembre 2005
ottobre 2005
settembre 2005
agosto 2005
luglio 2005
giugno 2005
maggio 2005
aprile 2005
marzo 2005
febbraio 2005
gennaio 2005
dicembre 2004
novembre 2004
ottobre 2004
settembre 2004
luglio 2004
giugno 2004
maggio 2004
aprile 2004
marzo 2004
febbraio 2004
gennaio 2004
dicembre 2003
novembre 2003
ottobre 2003
settembre 2003
le mie categorie
counter
*loading* visite



giovedì, settembre 27
 

La carta stapata, gli editori ed altre storie.

(una sera in compagnia di Vittorio Feltri)

Non fidatevi dei mass media, dei giornali. Compreso il mio. Attacca così Vittorio Feltri durante il convegno. L'importanza del leggere quotidiani - prosegue - sta nel saper sviluppare nel lettore, un senso critico. Utilizzare un lingiaggio comprensibile, che arriva. Senza peli sulla lingua. Ma pendere il tutto con il solito "beneficio d'inventario". Perchè, in fondo, il problema dell'editoria è solo uno. Gli editori. Nel senso che, per la tesi di Feltri (e ovviamente, largamente condivisa anche dal sottoscritto), ad oggi, gli editori puro sangue, son tutti ridotti al lumicino. Sono imprenditori, banchieri o, "carzolà" come il Della Valle che il Corriere si comprò. Che c'azzecca le scarpe Tod's, i gommini sulle suole con la carta stampata? Nulla, verrebbe da dire. "Poi, certo" - prosegue Feltri - "non mi dite che i giornali sono scritti coi piedi". Chiosa il Direttore con la sua solita arietta pungente. E poi giù per tutta via Tritone, sede de Il Messaggero. Conoscete il "ragazzo" (per modo di dire) Caltagirone? Il palazzinaro "de Roma"?Si, quello. Quello, dopo aver fatto cassa dalle sue attività edilizie ha iniziato a comprar giornali. Il Messaggero prima, il giornale locale di Lecce poi, e poi, Il Mattino di Napoli. E come se non bastasse, se n'è sbarcato anche in Veneto comprandosi pure Il Gazzettino. Ipse dixit. Senza argini, Feltri. Un fiume in piena, mentre parla.Peccato poi, si sia dimenticato che, anche il locale quotidiano “Il Corriere Adriatico”, sia diventata roba solo sua. Avere dei giornali, dice, fa bene alla salute. E agli affari. Perchè gli affari, i giornali, li favoriscono. Quando la democrazia si basa sul consenso, gli imprenditori si prestano alla politica. Il tutto per prendere consenso.  Ed i giornali, altro non sono che strumenti di difesa del consenso. Ed infatti, ad esempio - prosegue - ogni volta che scrivo su di lui, driiin, Berlusconi mi chiama. Ma come - si domanda Feltri - non è sempre lui stesso a dichiarare che, dei giornali, lui non glie ne importa nulla?. Epperò. La stampa quotidiana, seduce. Forse perché, invita a riflettere. Forse perché i giornali stuzzicano il senso critico. O l’incazzatura del politico di turno, spiattellato in prima pagina. Volto, per un'attimo l'occhio all'indietro. La sala è gremita di gente che ascolta, applaude. Ed un pò, tra questi feltriani, mi sento coccolato. E poi Feltri, parte con la sua menata andreottiana.  Altro che stile british, nel parlare, come il suo abbigliamento. Dell'aspetto, gli sarà rimasta la pipa, il vezzo degli occhiali Carraro. Ma quando inizia a parlare, verga di brutto. Quando facevo le elementari, Andreotti era sottosegretario di De Gasperi. Alle medie, me lo ricordo ancora in parlamento, Andreotti. All’università, quando partì per la leva, quando mi sposai. Al governo, Andreotti, c’era. Anche quando nacquero i miei 4 figli, poi manipulite, l’avvento della seconda repubblica e via di seguito. Anche quando assunse la direzione dell'Europeo, quando cioè lavorava al fianco di Oriana Fallaci, Andreotti c'era. La gobba di Andreotti non è mai mancata alla politica. “E poi” – aggiunge il Direttore – “oggi, a 88 anni, per una questione di accordi, pensa ancora a soffiare il posto a Marini, conquistando così, lo scranno del senato”.  A 88 anni, Andreotti è uno che pensa al futuro. Formidabile, un genio. Eppure – prosegue Feltri – è sulla figura di Andreotti che si riassume la questione Italiana. Di un paese in continua evoluzione. Che fa di tutto per rimanere lì, un passo avanti e uno indietro. In questo moto perpetuo, tale per cui, bastano 2 anni di governo, per far riaffermare l’opposizione. Che diventa a sua volta maggioranza per poi ritornare minoranza e, così via. “Il fatto” – precisa Feltri a conclusione – “ è che, se il centro destra fa schifo. La sinistra, ne fa di più”. Come dargli torto?

postato da samu80 | settembre 27, 2007 22:06 | commenti


domenica, settembre 23
 

il soffio di Kim

e la seduzione di andare al cine con sette persone - sette - in sala

E gratta, gratta avidamente il muro col manico di uno spazzolino appuntito. Attendendo nervosamente il braccio della morte che svolga il suo compito, per due volte tenta il suicidio in galera. La televisione ne parla:  il condannato viene operato d’urgenza, si salva. Ma c’è qualcuno che non si rassegna. Che vorrebbe alleviargli il dolore, per quanto possibile. Lenirlo con ogni mezzo. La sua ex ragazza sì, una donna sposata con un marito che si fa solo domande. Con una figlioletta. La sua ex ragazza prigioniera del suo cuore. Un incontro in parlatorio, un soffio delle labbra sul vetro che li divide e, gli incontri iniziano. Primavera, estate, autunno inverno e, ancora primavera. Senza stagione perché, l’animo di questa donna, vaga sempre fuori stagione. Cuori agitati che s’incontrano in galera, in una stanza ogni volta addobbata da una stagione via via diversa. Senza stagioni. La carta da parati col disegno del mare, dei papaveri in fiore o, delle foglie d’autunno. Un registratore su un tavolo ed una canzone da cantare. Cantare in cattività, guardare lo sfondo e pensarsi vicini, in una situazione diversa. Mentre la guardia carceraria Kim –Ki –Duk, osserva attraverso la telecamera fissa ed accesa. Me lo ricordo a Venezia Kim, alla Mostra, quando gli chiesi se potevo fotografarmi con lui. E lui, col solito cappelletto acconsentì. Kim allo specchio del televisore che scruta i suoi attori. Sembra faccia il verso ai suoi vecchi film, questo.Vivere un’amore, eppur lontano. Eppur vicino. Nel sottile solcare l'onda tra la realtà e quella che non. E' un Ferro 3 alla rovescia. Con in più, un effetto boomerang sulla propria immagine. Un amore sudato, spiato, baciato. Guardato attraverso una foto subito rubata nello stanzino dagli altri carcerieri. E la violenza che infuria grattando, bastardi carcerieri che mi siete vicino. Grattando il muro, incidendoci, in quello stanzino angusto, il volto di quella donna. Il desiderio dell’altrove. Dell’essere qui, pur essendo fuori da queste quattro mura. Fuori, dalla propria famiglia per lei, fuori da suo marito, da sua figlia. Fuori per lui, che della libertà non gli rimano che lo stoppino di una candela finita.Nell’eterna ricerca di un’ideale che si scioglie, solo e veloce come i tre pupi di neve al vento.

 

Il film

postato da samu80 | settembre 23, 2007 00:26 | commenti (1)


martedì, settembre 18
 

please, azzittite il Grillo

(nun te reagge più, direbbe Rino Gaetano)

Ora che l'onda sembra si sia placata, bisogna fare un pò di chiarezza. Perchè poi, il rischio è quello che, tante persone che illo tempore hanno criticato il Cav., cadano proprio su quello che il Cav. paventava da tempo. Ovvero: il teatrino della politica. Cos'è, infatti la piazzata del "Vaffanculo day" se non un vero e proprio teatrino della politica? Un teatrino bello, seducente, perchè qualunquista nell'anima. Qualunquista perchè senza contenuti, populista. Ed infatti un popolo che ha ulato e s'è maravigliato (ma và?), Grillo l'ha trovato. Si un popolo col bollino come la Cichita. Un popolo che si da appuntamento sul suo blog (che per amore della libertà ho linkato da anni anch'io). Un popolo che si informa su internet, sull'informazione dal basso.Che se c'è da evitare, evitano la carta stampata perchè legata a quello che loro chiamano "potere". E già i media l'hanno battezzato, questo popolo. I Vaffa- Boys, li chiamano. Proprio come i Papa-Boys. Insomma, c'è un limite a tutto. Anche al qualunquismo.  Anche agli insulti stupidi e gratuiti destinati al Prodi - Alzheimer. (Quello che mi chiedo è se Grillo ce l'ha mai avuto in casa un malato di Alzheimer. Meditare Grillo, meditare). Un limite c'è nella dialettica della politica. E va rispettato, please. Rino Gaetano avrebbe detto: nun te reagge più. Ricodate la canzone, quando si sparava su tutti i partiti? "dcpsi nuntereggae piu'. Dcpci, pcipsi plipri, dcpci pcidc, cazzaniga nuntereggae piu'" - questo era un passo del testo della vecchia canzone. Vecchia quanto il cucco. Ed ora, a distanza di trent'anni, che ti scopre Grillo?? Che il tempo non è cambiato di una virgola. E spara il suo vaffanculo dalle budella. E giù gente in piazza. Però. Anche le più semplici regole della comunicazione dicono che, per una dialettica efficace, bisognerebbe sempre motivare un dissenso, argomentare. Con un semplice vaffanculo, non si risolve un bel nulla. E da quella piazza, tutto è uscito, fuorchè argomentazioni. Sembra che la moda del momento ora sia quella di sparare nel vento alla polica. Di parlare, di scandalizzasi della politica. Dimenticando poi, i contenuti. Sembra che l'argomento che più faccia notizia sia quello della meta-politica e non, quello della politica tout-court. Si (s)parla all'involucro senza conoscere il contenuto, i pensieri, i progetti. Meglio la Casta, direbbe Gian Antonio Stella che il valore civile e sociale di un'azione politica.Tutto fa brodo nell'era del qualunquismo. Un brodo leggero che non sa di nulla. Ma ad oggi, la politica non ha più bisogno di parlare di se stessa. Ha solo bisogno di progetti contreti, di idee, di azioni. Non di clown barbuti in piazza che urlano.Questo è puro spettacolo. La politica è un'altra cosa. 

L'insuto di Grillo

 

postato da samu80 | settembre 18, 2007 14:44 | commenti (1)


sabato, settembre 15
 

In ricordo di Oriana,

la dolce furia armata

La scrittura, si. La sua prosa secca, determinata. Le sue battaglie. Il suo essere giornalista, tout court, sul fronte. Il suo coraggio, la sua forza. La sua rabbia, il suo orgoglio di donna, la sua ragione. La sua lucidità.

"Quell'undici settembre pensavo al mio bambino (un romanzo molto corposo e molto impegnativo che, in questi anni non ho mai abbandonato). E superato il dramma mi dissi - Debbo occuparmi di lui e basta, sennò abortisco - Così, stringendo i denti, stetti alla scrivania. Ma il puzzo della morte entrava dalle finestre, dalle strade deserte giungeva il suono ossesivo delle ambulanze. Il televisore, lasciato acceso per l'angoscia e lo smarrimento, lampeggiava ripetendo le immagini che volevo dimenticare.E d'un tratto, uscii di casa.Cercai un taxi, non lo trovai. E a piedi mi recai veso le torri che non c'erano più. Mentre mi chiedevo - che faccio, che faccio? - la tv mi mostrò i palestinesi che, pazzi di gioia, inneggiavano alla strage. Berciavano - Vittoria,Vittoria - Poi qualcuno mi raccontò che in Italia non pochi li imitavano sghignazzando - Bene, agli Americani gli sta bene - e, alloracon l'impeto di un soldato che si lancia contro il nemico, mi buttai sulla macchina da scrivere. Mi misi a fare la sola cosa che potevo fare. Scrivere."

New York, novembre 2001

postato da samu80 | settembre 15, 2007 01:56 | commenti (2)


venerdì, settembre 14
 

piedicure (tra le dita del piede)

Ad un certo punto prese il bisturi. Anzi, i suoi arnesi di lavoro che, di tanto, aumentavano sul tavolo. Forbici, pinzette varie e smalto. Appoggia il piede. Appoggiato. Guardo le dita e penso a Nanni Moretti sdraiato sul letto che legge la poesia "Le dita del piede". (Ricordate "La Stanza del figlio"?). Però. Che gran cosa il piedicure. Chi l'ha inventato era un genio. Coi piedi ammollo nell'acqua, con la spatoletta che ti lima la pelle e ti gratta il durone, però, che gran cosa. Dopo una giornata in piedi a dire "Signor sì, Signore", ti vien solo voglia di chiudere gli occhi mentre la filodiffusione del locale dà quel motivetto strimpellato che trovi solo sui film di Charlot. 'Na goduria bella e buona, un vezzo si. Guardare la garzona di turno che ti lavora ai piedi. Silenziosa, laboriosa. E' come aver la sensazione di un senso di potenza che non  hai. Di un massaggio che non hai. Di una carezza che ti manca da tanto tempo (ma che desideri ardentemente). E che, appunto, te la gusti fino in fondo. Ma in realtà, non di solo vezzo vive l'uomo. Non ero mai capitato tra le mani vellutate di un'estetista. Mai entrato in un centro abbronzatura, dove fanno piedicure. Mai sentiti gli odori e le fragranze dei centri estetici. Dove tutti parlano in silenzio, o leggono e sfogliano settimanali prima di farsi mettere le mani addosso. Mai dire mai. Avevo solo un bisogno matto di risolvere un piccolo problemino all'unghia dell'allucione destro che, quest'estate, m'ha spesso fatto veder le stelle. Il mio tallone d'achille forse, è lì. Tra le dita del piede.

postato da samu80 | settembre 14, 2007 00:26 | commenti


lunedì, settembre 10
 

sull'italianità dell'italia.

(e degli italiani)

Una furtiva lacrima come nell'Elisir d'amore. "Nessuno può parlare di ricordi. Rimane solo il senso di uno smarrimento, l'incredibile rifugio delle cose che crediamo di spostare, il senso della fine. Il vero sentimento". Uno degli ultimi versi del poeta recentemente scomparso Antonio Santori nella sua raccolta di poesie "La linea Alba". Santori, nel giro di un mese, stroncato da un male incurabile a soli 46 anni. Non posso ancora credere che, cercando di chiamarlo al suo cellulare, lui non mi possa più rispondere, cazzo.Santori ma anche Sabani. Sabani e pure il Pava. Quello che all'apertura dello speciale TG1delle 13 cantava l'Elisir d'Amore. Che strana è la vita. Sfogliavo per caso il Foglio di qualche giorno fa e mi sono imbattuto in un articolo di Fabio Canessa dal titolo intrigante: "Il dopo è alle spalle, ridiamoci sopra". La paura della morte - dice l'autore - "è inferiore solo alla paura di non essere mai esistiti. Il dubbio di attraversare il cammino terreno da comparse fugaci". Comparse, si. E poi ci va giù con i filosofi. Con Seneca che dice che la morte non sia davanti a noi, ma dietro. Poichè, se ogni età  vissuta è irrevocabile e, dunque inghiottita dal tempo, ognuno di noi è ampiamente morto e non lo sa. Da brivido. Oppure Epicuro. Quello che sosteneva che la morte, in sè, non è un male. Perchè, finchè ci siamo noi, non c'è lei. E quando ci sarà lei, non ci saremo noi. Geniale Epicuro. Dunque, calma e gesso. Come anche dimostra un intervista Andreotti (che di vita ne sa) che ricorda:  "La vecchiaia non dipende dagli anni che abbiamo trascorso ma, da quelli (il cui numero è imprevedibile) che ancora ci aspettano. Per cui, è impossibile affermare con certezza che, un qualsiasi bambino è più giovane di un'ottantenne". Insomma è il dopo che da contenuto al prima. E' la morte che dà senso alla vita. Che strana è la vita. Leggo questo articolo "micidiale" (avrebbe detto il professor Santori) poi, mentre favillavo sul tema, ecco che tre pezzi d'Italia se ne vanno. Santori, Sabani e Pavarotti. Ascolto la radio, guardo la tv, leggo giornali. Mi informo. Il funerale del Pava in diretta mi ricorda quello di Sordi in Campidoglio. Stessa diretta, stesse lacrime. Come anche quando successe per Angelli Gianni. Le dirette in tv dalla sua casa si sprecavano di secondo in secondo. Di stereotipo in stereotipo. Ma perchè quando ci sono queste morti c'è un gran baccano mediatico? Sull'italianità dell'italia,certo. Perche forse il Pava, come  l'Albertone Nazionale, riusciva a rappresentare l'Italia? Perchè con le loro opere hanno saputo raccontare l'Italia che era ed è? Forse si. Però questa messa in piega mediatica un pò mi sa di qualcosa costruito a tavolino, stile "Italia spaghetti & mandolino". Ma l'italia non è solo spaghetti, mandolino e (anche) mafia. Pechè almeno credo che l'italia non si possa poggiare solo sullo stereotipo. Su un modello riconosciuto universalmente. Forse il bello di quest'italia sta nell'anti modello. O forse nell'incastro di più modelli che si mescolano. Piangiamo pure il Pava, si. Ridiamo  anche sul maccherone con mostarda che se magna Sordi in Un Americano a Roma. Sorridiamo nel rivere Tognazzi ne I Mostri quando istruisce il figlio alla vita. Ridiamo. Però cerchiamo pure di sganciarci da tanti stereotipi.  Forse, parafrasando il nuovo libro di Cossiga e, prendendolo alla lettera, possiam dire che, "Gli italiani sono sempre gli altri". E non c'è elmo di scipio che tenga. Perchè l'italia più bella non è quella raccontata nelle griglie strutturate ma, è quella che si vive giorno per giorno.

postato da samu80 | settembre 10, 2007 15:05 | commenti (1)


lunedì, settembre 03
 

agenda di fine estate 2/

(ovvero: come si sta bene a Venezia se la vita fosse un film)

Fred Bongusto, dove eravamo rimasti. Con le luci che si alzano in sala poi, scopro che fu proprio Bongusto a curare il liet-motiv dello spaghetti western “Un dollaro bucato” di Giorgio Ferroni. Però. Quante scoperte si fanno Venezia. Mi sono lasciato la barba incolta apposta. Sapevo che al Lido, durante la Mostra ci si deve un po’ mimetizzare. E l’ho scoperto guardando la faccia che mi fece l’altra mattina l’edicolante quando gli chiesi una copia di Libero. Qua alla Mostra (là, perché ormai sono rientrato al paesello) sfogliazza alla grande i Manifesti, le Repubbliche. E tutti se li tengono a mò di trofei sotto braccio o dentro la tracolla che ti danno al festival. Tutti uguali, per carità. In fondo ci si dice, non dicendo, che tutti sono della stessa famiglia. E che famiglia. Ormai, al quinto anno che mi faccio al Lido, inizio a capire che si tratta appunto di una famiglia che si ritrova, come se fosse, attorno al tavolo del salotto veneziano. E’ si. Perché le facce, di anno in anno, sono sempre quelle. Forse più canute del solito, con qualche vezzo biancastro in più rispetto all’anno precedente però. Tutti, giornalisti, attori e appassionati di cinema, la prima decade di settembre la dedicano alla Laguna. O meglio, al Lido. Quell ammasso di cemento tra l’acqua che, se non fosse per il palazzo del cinema e per le proiezioni, potrebbe pure essere il set di un film da non vedere per il ribrezzo che suscita. Ma il fascino del cinema tutto supera. E così ti rincuori vedere in ordine sparso. Monicelli (Dio ce lo mantenga!) girare tranquillo con il livido in faccia per la caduta fatta nel cesso dell’Excelsior. Lo zombie di Ghezzi che, incespicando, sbuca dal casinò con il cell. all’orecchio. Quando poi la sera te lo ritrovi (alle 2 e mezzo di notte), stile because the night, nella fila centrale e rigorosamente all’estrema sinistra della sala, degustarsi il suo piatto visivo quotidiano di spaghetti western. O Gino Strada con camicetta in lino simil Gassman ultimo atto, che chiacchiera davanti al Palazzo del Cinema. Ma anche Tatti Sanguineti, Rondi, Moscati, Steve della Casa in bici che quasi ti taglia la strada. Critici come anche l’ottimo Alberto Crespi dell’Unità che, spezza il lavoro con un caffè proprio davanti allo stand ufficio-reclami “Ridatece i soldi”messo in piedi da Gianni Ippoliti. Tutti ai piedi del cinema, quasi per sostenerlo. Perché, in un modo o nell’altro, lo si ama con tutto il cuore e gli si sta vicino. Tutto il cinema. Anche le “cagate pazzesche” di fantozziana memoria. (Ricordate  La corazzata Pot‘mkin, di S. M. Ejzenstejn vista dal Rag. Ugo?). Come il documentario sulla Cina visto ieri. In cui, tra immagini di addestramento militare d’oriente, operai intenti a costruire ombrelli, l’unico colpo di teatro lo mette in scena la signora che mi è seduta di fianco. Che nel silenzio sacrale della sala buia, fa partire uno sbadiglio sonoro da fa rigirare quei pochi rimasti in sala. Perché gli altri, causa (ufficiosa) dicono che hanno avuto urgenze fisiologiche. Quando invece le cause (ufficiali) fanno intendere che alla noia c’è sempre un rimedio: quello di scappare. Quanto agli altri film visti. Plauso al merito per l’ultima opera di Haggis: “In the walley of Elah”. Storia struggente di un padre alla ricerca di un figlio soldato disperso tra le terre infuocate dell’Iraq. Plauso poi al Loach Ken che, lasciandosi per strada le sue paranoie sul comunismo che va a braccetto con la libertà, vira lo sguardo sul mondo del precariato. Sulle fatiche dei giovani (ed il sottoscritto ne è un esempio vivevate) che, in cerca di un lavoro mettono pure in discussione le proprie conoscenze e la propria formazione intellettuale. Incertezza e poca convinzione poi sui film francesi presenti al Lido. Quello di Rohmer che, ripercorrendo la strada della sua “Notte con Maud”, toglie di impegno civile, toglie di contesto sociale finendo un film su una tetta bucolica al vento post sessantottina con aggiunta di treschetta amorosa tra tre (donne) contro uno (uomo… e beato lui!). Incertezza e poca convinzione anche per l’ultima opera di Chabrol. Che mette in moto un intreccio macchinoso giocato psicologicamente, sin dall’inizio, su una donna divisa tra due da due uomini. Ma che poi si sbriciola in un finale affrettato e fantasioso assolutamente non degno di un regista come lo stesso Chabrol. Ottima stroncatura poi al film su Jassy James ed intepretato da Brad Pitt. Che non sa ne di me né di te. Non uno western ma, neppure un romanzo psicologico tout court. Un po’ di paesaggi in campi lunghi e qualche pistolettata per farti sobbalzare brutalmente in poltrona quando la palpebra ti cala inesorabilmente. Intanto fuori le sale, la vita scorre tra gli abitué ed i novellini del festival. Per far colazione ti ci vogliono la bellezza di due euri e cinquanta cens. Fai un giro tra gli stand. Ti compri un vecchio film sugli uomini mostri come “Freak” di Tod Browning. Ti appoggi sulla scalinata del Casinò, ti accendi uno dei tuoi sigari alla vaniglia che tanto ti fanno compagnia e. In attesa della prossima proiezione, ti guardi qualche chiappa scoperta di troppo appoggiata, inconsapevole, sul marmo della scalinata

 

postato da samu80 | settembre 03, 2007 23:10 | commenti (4)