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martedì, luglio 31
Fughe di cinema, lampi di cinema
(di Michelangelo, fortunatamente, rimarranno le sue pellicole)

No. A volte, no, non si hanno parole. Ma immagini che, in certe situazioni ti ritornano alla mente. Immagini e lampi di cinema. Come quando, come oggi, qualcuno se ne va. E quando questo qualcuno ha un nome che non si può che legare alla storia del cinema mondiale. Italiano era Michelangelo ma, mondiale era il suo modo - riconosciuto da tutti - di fare cinema. Immagini che scorrono in silenzio. Non richieste eppure che ce le hai dentro. Ma questo non vuole essere un coccodrillo d'informazione. Vaorrei lavorare sull'emozione che questo regista m'ha stimolato riguardando i suoi capolavori. Come alla Sala Volpi a Venezia, durante la Mostra del Cinama - quando rividi "Zabriskie Point". Quando rividi quella villa stile borghese degli anni della contestazione esplodere al ritmo del sottofondo della musica dei Pink Floyd. Era l'aspra critica al consumismo dilagante di allora. Ma anche tutte le fughe, nei suoi film. Attori in fuga, in quei film. Fuga da se stessi, fuga dagli altri, fughe d'amore con l'elicotteo a seguito.Nella solitudine interiore verso il proprio deserto che ognuno dentro di noi ha. Un deserto appunto, rosso, per parafrasar uno dei suoi più celebri film. Quella era una Monica Vitti silente davanti ad un mondo che non più l'apparteneva. Pesonaggi in fuga questi. In riceca di una pienezza che spesso si riduceva ad un vuoto interiore da riempire. Ad un trompé d'oeil fatto di una partita a tennis senza palla. Come in "Blow up". In una continua ricerca di identità attaverso l'esercizio del vivere in un'altra identità. Un altra storia, pur essendo diversi. E' la professione del reporter questa. La ricerca attraverso la mimesi. Come si chiama? -gli domandò sempre in Zabriskie Point - E lui rispose con ghigno: Carlo Marx. Era questo il gioco di Antonioni. Esercitare la maschera attraverso il cinema, quando s'accorse che il volto della società che raccontava attraverso la pellicola si stava consumando inesorabilmente. Una maschera che l'ha piegato anche negli ultimi anni. Quando ormai non parlava neppure più. E quando cadde nel suo personalissimo paradosso di un "regista del silenzio" che manco più riusciva a parlare. Pechè alla fine comunicava con gli occhi e con le pellicole. Me lo ricordo sempre a Venezia, alla conferenza stampa del suo Eros, in carrozzella, in silenzio. Con gli occhiali scuri, accompagnato dalla sua compagna, sua paroliera. Ma l'Antonioni di Eros, non era più lo storico Antonioni. Perchè le tette della Ranieri - belle tette non si discute -non faceva molto Antonioni vecchio stile. Però in fondo, in quelle tette, forse aveva ritrovato quella giovinezza interiore che aveva dipanato negli anni.
Fatto del giorno
venerdì, luglio 27
con Gustavo : ovvero l'elogio dei voltagabbana

Povero Fini. Sempre più indaffarato coi puzzle. Come nel gioco dell'amore. Gente che va, gente che viene. Teodoro Buontempo, Er Pecora (per capirsi), lo lascia a piedi e, sempre a piedi, intellettualmente parlando va veso la Destra di Storace. Ma non basta a questa destra scialancata. E se nella vita "mai dire mai" la Mussolini sembra riavvicinarsi all'ovile. Quello della destra protagonista appunto. E tra le tessere del puzzle, c'è anche l'inquieto Gustavo Selva, che alza il braccio e dice "trasloco". La casa di Forza Italia è più spaziosa, areata e si vive meglio. Addio, l'ex Repubblichino della nostra repubblica lascia l'ovile. E chissà come ci sarà andato in Forza Italia. Magari in ambulanza, fingendo un calo di pressione. Magari dicendo: oddio oddio, questa destra finiana all'acqua di rose e sciacquata sul tevere, mi da la nausea. Ho una leggera sensazione di vomito. Portatemi via, please. Me lo ricordo a Piazza Colonna, due passi dal parlamento, Gustavo, mentre attravesava la strada. Aveva una cravatta rosa. Avrei voluto fermarlo mentre lui attravesava. Oggi, la strada l'ha attraversata completamente. Ed il povero Fini, non gli rimane che raccogliere i cocci. I pezzi di questa Alleanza Nazionale ormai fini-ta, persa tra le sue beghe. E speriamo che non sia un'ammucchiata però in casa Forza Italia. Il rifugio peccatorium degli inquieti e, fondamentalmente liberi, pensatori ad oggi sul mercato della politica italiana. Intanto - onore a Selva - lasciamo Fini ai puzzle, ai suoi Lego. E vediam come ricostruirà, con tutte ste perdite, l'immagine di un partito rimasto solo una trista e sbiadita immagine di ciò che fù.
Fatto del giorno
martedì, luglio 24
peccati di comunicazione.
Lo spettacolo era, visibilmente, imbarazzante. Ed ha ancora senso - mi sono chiesto - parlare di "comunicazione".?Non solo. Ma qual'è la funzione della comunicazione.?Affemare semplicemente le proprie idee?Imporle? O dialogare per crescere? Magari corroborare i propri pensieri con quelli altrui. Questo si ma è,alquanto un'opeazione complicata. E poi. Seduti davanti ad un bar, non si fanno mai le rivoluzioni intellettuali. Mai azzardare. Perche tanto, ti puoi accervellare la tasta coi massimi sistemi - la chiesa pedofila, l'assessore opportunista di turno o, l'economia che va a rotoli - tanto tu, sei lì seduto, tranquillo con la tua birretta. Peccato che nessuna rivoluzione si può far stando seduti. Peccato comunicare in questo modo. Paolo parlava, Luca gli stava davanti. Gli parlava della fede, della povertà di San Francesco, della spiritualità che, in ognuno di noi, va cercata e stimolata. Gli si avvicinava quasi a piegar la voce al suo orecchio. Parlava combiando tono, continuamente appassionato di quello che stava dicendo. Ma non c'è più sordo di chi non vuol sentire. E Luca, parola dopo parola gli si contorceva contro. "Perchè se uno è comunista" - forse gli stava dicendo - "come puiò credere in qualcosa che si chiama fede?". E giù con Marx, Heghel e col discorso politico, tout court. E dire che, per quanto glie ne importa della fede, quando morì Giovanni Paolo II, fonti attendibili, dissero che Luca, mentre tutti gli altri operai smisero di lavorare per fare un momento di preghiera, in lontananza si sentiva la sua macchina da lavoro ticchettare solitaria. E così, ditemi che senso ha la comunicazione. Uno ti pala di fede, ti stimola a pensare. Poi, l'altro te la butta in politica. E non vede nient'altro che la politica. Come l'altro, nel parlare, non vede nient'altro che la fede. Allora? Dov'è la crescita. Forse non ha più senso parlare di comunicazione se null'altro c'è da comunicarsi, ad eccezione della propria e continua riaffermazione delle proprie idee. Se ognuno parla per riaffermare le proprie posizioni, i propri credo, senza aprirsi all'altro alle posizioni altrui, dov'è la crescita? Allora buonanotte comunicazione. E buonanotte a quelli che, che come me, ancora credono che "comunicazione", derivi dal concetto latino di "communio". Messa in comune. Qua la messa, invece è andata a farsi benedire. Perche sono solo peccati. Peccati di comunicazione.
venerdì, luglio 13
in divenire (solo per amore della musica)

Dal terrazzino del liceo, nell’ora del tramonto, lo scorcio era appunto da cartolina. Il monte Conero davanti che infilzava il mare. Che proseguiva, questo mare. Non sedendo ma, mirando verso destra, in piedi, in divenire immobile, gli interinati spazi al di là di quella ringhiera. Azzurri. Ed a sinistra, lo squarcio rossastro del sole inghiottito tra i monti, tra gli antichi palazzoni delle mura paesane. Alle nove ed un quarto, è ancora giorno. Un caffè, prima del concerto. In piazza i posti sono numerati. Chissà che effetto farà sentire un pianista esibirsi in piazza? Ho paura che il ticchettio del piano, si disperda tra i rumors del centro storico che vive. Da sotto la statua di Leopardi, il palco non è che si veda un granché. Un grande pianoforte a coda e due enormi casse ai lati sospese per aria. Ragazzi, giovani, ma anche coppie in età non più acerba: tutti accorrono al concerto. Però. Non credevo che questo Ludovico Einaudi fosse così molto venerato. Per un lampo, tra tutte quelle persone, mi sono sentito coccolato. Ero lì, con tante persone, che condividevano con me la sua musica, le sue note. Poi, in divenire, le luci della piazza si abbassano. Einaudi si siede al piano. Ed anche se il signor Leopardi, in formato statua marmorea, gli da le spalle e la sua gobba, Ludovico poggia le mani sui tasti. Chiudo gli occhi. Partono le note. Trascinanti, melodiche. Non una parola ma, gesti davanti al piano. Tutto - “per amore della musica”- per parafrasare una vecchia canzone di Shel Shapiro, direttore artistico di “Recanati Forever”. Gesti, sospiri davanti al piano, quasi se la musica se lo trascinasse dietro, Einaudi. In una Recanati divenuta, per un attimo silenziosa, assopita. Trascinante la musica. In divenire come il titolo del suo ultimo album. E mentre le dita correvano sui tasti, ripensavo ai momenti in cui, l’ho intercettata la sua musica. Perché il bello della musica non è la stessa musica ma, il fatto che ti ricorda momenti, attimi e sensazioni vissute. Ed allora navigavo col pensiero. E ripensavo quando due anni fa, furono proprio le melodie di Einauidi, ad ispirarmi alla lettura poetica degli scritti di Pasolini. Lì, in quell’aperitivo letterario, in cui misi la voce, lui, Ludovoco, ci mise la musica. O meglio, fui io a metterci in sottofondo la sua musica. Tra “Le ceneri di Gramsci”, quella musica, ci cantava. Poi ho riaperto gli occhi ma non guardavo il palco. Ho alzato lo sguardo mentre la musica scorreva. Il cielo stellato sopra di me, senza la ragione, dentro me. Ma chissenefrega di Kant. La ragione, la ragione si da solo agli stolti. Chi va ad un concerto, lavora di emozioni, di sensazioni. E li tra le luci che illuminava il pianoforte a coda, scorrevano come il vento estivo che tagliava l’aria
Ludovico Einaudi
martedì, luglio 10
povera patria
Ora anche la Repubblica ci si mette a bastonare la maggioranza. Però, un dubbio mi viene: non è che questi gagliardi del giornale stanno costruendo uno scoop ad hoc per poter vendere più copie? Coi tempi che corrono, pur di sfondare col mercato, se ne inventano una più del diavolo. Anche a costo di dissipare odio tra i propri compagni. Però. Rivoltando la frittata dell'ultimo Montanelli (ricordate quel suo turarsi il naso nel 2001 di fronte al signor B.?), basta pensare che, forse, per farsi prendere dalla nausea più totale di questa sinistra stanca, basta solo farla continuare a governare. Di sicuro, il parolaio della politica ricomincerà a fiottare tra favorevoli e contrari. E sarà un altro gioco delle parti, degno di uno scritto di Pirandello. Parole. Ma qua, poi, non c'è video che tenga allo spettacolo della sinistra. Meglio allora farli governare i rosè della politica nostrana. Tanto tutti questi giri di walzer porteranno solo voti all'altra parte. Non c'è dubbio.
Fatto del giorno: il Video-denucia su Repubblica
mercoledì, luglio 04
A.A.A.

A.A.A. A mali estremi, estremi rimedi. I have a Dream. Certo che il mezzo, questo non aiuta di molto la comunicazione ma, ci provo lo stesso. Tanto ormai, il medium è il messaggio stesso, diceva McLuhan. Tento la fortuna. O meglio, il fato. Anzi il Fado. Si, perché ho un sogno. Non chiedo mica la luna e le stelle, io. Il fatto è che me lo propongo ogni volta di andare in Portogallo poi, ogni anno, ogni estate, per un modo o per l’altro, non ci riesco. E la vacanza, azzz, sfuma alla grande. Ma stavolta mi voglio impuntare perché, in vacanza ci voglio andare. Anche da solo. Prima però voglio un’attimo tastare anche il terreno del web. Iuuu…, c’è nessuno?? Mica è la goccia pubblicizzata dell’acqua Lete. Dico, c’è nessuno disposto a partire, avec moi, per il Portogallo? Se non avete programmi, se non sapete ancora cosa fare in questa torrida estate, prendetevi un’attimo di riflessione e pensate. Alla bellezza del posto, cerniera d’Europa, limite con l’america. In faccia all’Atlantico ed in culo al suo medioriente. Pensate. Pensate alle sue tradizioni, alla sua musica. A quella melodia melanconica chiamata Fado. Fato, destino. Quella nenia nostalgica cantata da molti pescatori del luogo, tanti anni fa, alle loro mogli prima di partire per il mare. Pensate ad Amalia Rodriguez, cantatrice e fadista, pensate a Porto e assaporate già il degustare dolce del vino. Pensate a Fatima e vi comparirà la fede. Pensate a Lisbona, al suo porto. Pensate. E tutto sarà molto più travolgente di un semplice viaggio in cerca dello spasso. Lo spasso sì, ma in una terra in cui, le tradizioni ancora sono i frutti della terra che germogliano. Marta mi diceva che nella città vecchia, a Lisbona, ancora tutto è intatto. Incontaminato dall’avvento del turismo aggressivo. E la cosa è ancor più interessante. Perché di questo Portogallo ancora se ne parla poco. Pessoa, era portoghese, i suoi versi lo erano portoghesi. E poi? Il Fado, Amalia Rodriguez. E poi? Nulla. Nessuno o forse un grumo di persone parlano oggi di questo paese. L’ultimo, nel senso geografico del termine, dell’Europa. Il primo, che si affaccia nel nuovo mondo. Eppure questo paese vive. Come vive l’Italia o la Spagna. Come vive l’Inghilterra. Ma di tutti i fratelli, lui, è il fratellastro. Il brutto anatroccolo. Che brutto non è. E dunque, non rimane che visitarlo. Ed è da tre anni che smanio di vederlo. Da quando ho scoperto la sua musica. O il mio piacere per il mare. Per i porti. E per tutti quei posti costruiti sull’acqua. Quei paesi in fuga. Che stanno sempre lì, pronti per salpare da un momento all’altro. Con i loro pescherecci o barchetti. Con un’addio, un’arrivederci o un ben arrivato sempre pronto in punta di lingua. Ed in punta di lingua spero di riuscirlo a fare questo viaggio. Con qualcuno che magari voglia condividere questa mia pazzia. E chi mi ama, mi segua, diceva il detto. “Diceva”. Infatti – qualcuno potrebbe proseguire ironico – partì da solo.
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