"Se c'è un luogo al mondo,in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E' tempo. Tempo che passa. E basta". A.Baricco
Pugni chiusi, per tutto e sempre
in me c'é la notte, la notte più nera
Occhi occhi spenti, nel buio del mondo
per chi é di pietra come me,
la mia salvezza sei tu.
Sei l'acqua limpida per me, il sole tiepido sei tu
sei solo tu e allora torna.
Torna qui da me, yeah.
Pugni pugni chiusi
e voglio almeno speranze
in me c'é la notte, la notte più nera
e poi viene l'alba
e un raggio di sole
disegna il tuo viso per me
la mia salvezza sei tu
sei l'acqua limpida per me
il sole tiepido sei tu
sei solo tu
e torna
torna qui da me
Pugni pugni chiusi
e tu sei qui con me
in me c'é la notte
la notte più nera
e poi viene l'alba
e un raggio di sole
e abbraccio la vita con te
con te
Se uno più uno fa sempre due, col ragionamento vado giù liscio come l’olio. Ricordo la mia prof. di Diritto Pubblico che ci diceva sempre: la nostra, ragazzi, è una democrazia indiretta. Indiretta?- dicevamo noi – e che vordì? Vordì che grazie alla democrazia, noi si vota(per dirla alla toscana) il deputato. Gli si da fiducia ed è lo stesso deputato che, su nostro mandato (nostro, cioè dei cittadini che lo eleggono), questa democrazia, la esercita. Semplice, no? Non è mica democrazia diretta. Altrimenti sarebbe anarchia democratica. Anarchia, dico. E però. L’esercizio della democrazia non poggia neanche su piedi d’argilla. L’esercizio della democrazia, richiede fiducia. Fiducia del cittadino, nei confronti del deputato da eleggere. Un punto sine qua non, direbbero i latinisti. Poi, se dalla teoria, ti sposti sulla pratica, iniziano i pianti e gli stridori di denti. Sfogli giornali, scartabelli home page d’informazione – dal Corriere a Repubblica – e ti trovi la notizia che, tutto assomigli, fuorché alla stessa teoria. Dicono che il nostro Premier voglia far eleggere direttamente dai cittadini il nuovo segretario del Partito Democratico. Cosa cosa?Cioè, io do fiducia (in realtà a Prodi mai gli ho votato e mai lo farò) ad uno che, per spirito democratico, dice che per eleggere un segretario pinco pallino qualsiasi , sia indispensabile rifarsi ancora una volta al pueblo. Con una bella primaria di metà ottobre. Oddio, mi sento mancare. Ma come io gli do fiducia, gli passo la palla con la speranza che riesca ad esercitare un potere perlomeno decisionale e poi, mi ripassa la palla? Tutto ritorna nelle mie mani? Mica siamo al gioco dei passaggi di palla. Allora, se ti ho votato, che ti ho votato a fare? Che senso ha dar “fiducia politica”, quando poi per incompetenze interne, un partito come quello democratico, non riesce neppure a prendere una-decisione-una, se non che quella d’appellarsi continuamente al popolo? Questa è contraddizione democratica allo stato puro. Contraddizione nuda e cruda. E visto che, in certi ambienti la “fiducia” sembra sia una cosa che impaurisca, meglio sarebbe se tanti di loro, col Prof. bolognese a capo, se ne andassero a casa tutti. A casa, senza se e senza ma. Però. Siccome la sinistra, non appena preso il potere (seppur con quella manciata risicata di surplus di voti), alle poltrone ci si è attaccata, ora tocca combattere per altri quattro anni questa agonia lenta e schizofrenica di un governo democratico che democratico non è. O pacifista che pacifista non è. Tocca sorbirsi questo amaro calice fino all’ultima goccia. Col rischio che bevi oggi, bevi domani, l’ubriacatura governativa ti arriva subito. Anzi, immediatamente. Quando cioè, vicino al calice, ti ci presentano anche tre fette di mortadella democratica. E quand’è così, credetemi, la digestione è davvero pesante.
Acrobati in bilico sui fili, giocolieri. Mangiafuochi e saltimbanchi ma, anche tanti, tanti musicisti.La gran carovana felliniana degli artisti di strada sta per invadere, ancora una volta, gli scorci più suggestivi e le piazze del centro. Tante saranno, infatti, le maschere teatrali viaggianti e gli illusionisti che, per una settimana, trasformeranno le vie di Montegranaro nella magica ribalta a cielo aperto in cui, si alterneranno spettacoli di ogni sorta. Perché il “Veregra Street”, giunto quest’anno alla nona edizione, è soprattutto performance artistiche di alto livello che si incrociano ed avvicendano tra un pubblico, talvolta, improvvisato di gente. Da coinvolgere, sino a farle rimanere col fiato sospeso nell’aria, tra le diverse acrobazie. Spettacoli che, in questa edizione, verranno dettagliatamente cuciti attorno a quello che si preannuncia l’evento cruciale del Festival: la notte bianca della musica della musica popolare. Così, dopo il boom di presenze dell’anno passato, questa verrà ricordata come l’edizione della Notte Bianca in cui, poter attendere l’alba al ritmo delle pizzicate salentine e delle tarantelle. Facendo cioè, le ore piccole e, senza dimenticare però, le altrettante e diverse radici musicali tradizionali che, dal saltarello marchigiano, si spingono oltre, sino al folk proveniente persino dalle lontani coste della Russia. Dunque uno sbilanciamento verso una programmazione artistica sempre più notturna che, d’altro canto, coincide, in questa edizione, con la riapertura della Casa degli Artisti in cui, poter tirare fino a tarda notte in compagnia delle ulteriori improvvisate degli artisti coinvolti. Queste le novità. Al canovaccio degli appuntamenti del Festival, vanno poi aggiunte le molte iniziative in collaterali in cantiere e destinate ai più piccoli. Come il laboratorio creativo sui burattini gestito dal locale Gruppo Teatrale di Montegranaro o, gli spazi dedicati sia alla lettura che, a progetti di interculturalitàper i giovani stranieri. Un’arte questa, vista anche come forma di rappresentazione culturale, di dialogo e di conoscenza. Un’occasione per apprezzar ancor più il nostro territorio anche sotto l’aspetto delle tipicità gastronomiche locali visto che, per tutta la durata del Festival, saranno 12 i punti di punti di ristoro attivi.
come dire: pensavi fosse amore, invece era un calesse
StregAngela® [[Dandy]] scrive:
no no io lAmore lho sempre vissuto fino in fondo
StregAngela® [[Dandy]] scrive:
e tutt ora , Nonostante i fatti successi sui quali veramente potresi scriverci un libro, non posso dire "lamore non esiste" lAmore esiste ed è dentro di noi, è di nostra pertinenza, in qualsiasi direzione esso cresca o si affossi. Credere nellAmore in fondo cosa significa? per me non significa credere di poter trovare una persona che ti ami ma essere sicuri di riuscire ad Amare
StregAngela® [[Dandy]] scrive:
e questo è un gran bel compito in effetti,ecco perchè in superficie si dice "no io non ci credo" . In fondo spaventa tutti
Samuele scrive:
sai che è proprio bella sta cosa? bella l'idea che l'amore significa riuscire ad amare. cambia la prospettiva e ti rende protagonista. Non sei la spalla, sei il primo attore dell'amore
Del tramonto di Luna Rossa, me ne accorsi dal prezzo delle cinture. Il giorno prima ad euro 100, il giorno dopo scese a 60. Ma che importa del prezzo. L’immagine è nulla, senza il controllo. Ed in negozio, il controllo va fatto ben bene. Scusi, dov’è lo specchio? – mi incalza una giovane dopo essersi inserito ben bene il suo decolté al piede. Uno sguardo al piede, una mossa del pollicione visto allo specchio e, l’espressione soddisfatta in volto mutuata da quella vecchia battuta di Verdone: “Mò carza…”. Calza, calza. “Allora?” – ribatto – “glie l’appoggio in cassa, il paio?”. La titubanza avanza. “Bè”- balbetta – “forse meglio il modello nero, il bianco sbianca al mio piede. Avete per caso il modello nero?”. Signor no, Signora: tutti i modelli e tutti i colori sono in esposizione, Signora. A volte, è la pazienza a scappare. “Si ma io volevo un modello che sia almeno di quest’anno” – controbatte la solita vecchia signora romana che al suo piede tozzo vuole affidare la linea bassa ed affusolata della classica ballerina. Ma dove se la mette, sta ballerina? C’è l’avrà, a casa uno specchio, la vecchia Signora? Dubito. E mentre dubito, un’altra giovine dall’aria sbarazzina e dal perizomino mini che le fuoriesce dalle chiappe sode, s’avvicina trampolando sugli zatteroni appena messi. “Mi stanno bene?” – domanda con una “e” chiusa alla milanese – “ha mica un mezzo numero in più?Sa’, sono un po’ stipata”. Niente da fare Signorina, è l’ultimo numero disponibile. “Ma, va bene” – precisa conaria sorniona e maliziosa – “tanto mi servono solo per una follia”. E poi, all’amica, le allunga un braccio così da fare capire che il braccio non era il braccio bensì, il braccio che tanti uomini hanno tra le gambe. Oddio - mi dico - questa fa sul serio. E per divertirsi un po’, ci vien pure a comprare da Prada. Vabbè. Tutto ha un prezzo. Pure il divertimento. Poi l’invasione dei polacchi e dei giapponesi che, a forza di domande e di richieste che ti incalzano il lavoro, le scarpe glie le daresti solo in un posto: sulla testa. Wait a moment, please, wait. Ma di stranieri ne passano a bizzeffe e, di ogni sorta. E’ il mondo che mi viene sotto casa e manco ce lo sapevo, prima di capitare qui. Questa è glocalizzazione industriale. Una recente malattia virtuosa dei piccoli paesetti industriali ancora verginelli, nel modo di pensare, un’economia a banda larga che ingloba ed unisce. “Meglio acht und….” – un signore barbuto mi parla pure tedesco sciacquato con l’italiano ed assorbito dall’inglese che tutto assorbe – “…half”. Ah – dico io – un otto e mezzo che, con la numerazione americana corrisponde ad un 42 e mezzo. E mentre prova al piede la francesina, dice il signore barbuto, che ha studiato italiano tre anni in una scuola di Amburgo. E che oggi vorrebbe imparare ad usare al meglio i condizionali italiani. “Se potrei” – spicca lentamente. “Se potessi”- gli incalzo. “Se potessi parlerei sempre italiano ” – chiosa. Ma questo vecchio signore barbuto mi stupisce: per un paio di scarpe parliamo da cinque minuti in 3 lingue diverse. Una sorta di esperanto linguistico che mi da brividi di felicità. “But where are you from?” – non ho resistito. Mi dice che è nato in Israele, che conosce anche la lingua araba ma, che ora vive al nord: in Germania. E lui mi fa, sempre con la lentezza tipica degli stranieri: “Come ti chiami?” – “Samuele” – gli dico mostrandogli il cartellino. “Sei di Tel Aviv?”- mi fa. Non comprendo, rimango per un po’ irretito. Poi, mi dice che il nome “Samuele” è un nome di origine ebraica. Arrivo alla cassa col paio di scarpe in mano e gli ricordo che sì, Samuele è un nome biblico. Rimango per un po’ a guardarlo questo signore barbuto tanto da immobilizzare, per un po’, anche i miei occhiali. Poi, una ragazza chiama. Scappo. Che un altro cliente c’è da servire.