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martedì, maggio 29
Una mattina di maggio, Milano 1980, via Salaino 1

«La sconfitta politica del terrorismo - scriveva Tobagi - passa attraverso scelte coraggiose: è la famosa risaia da prosciugare, tenendo conto che i confini della risaia sono meglio definiti oggi che non tre mesi fa. E tenendo conto di un altro fattore decisivo: l'immagine delle Brigate rosse si è rovesciata, sono emerse falle e debolezze e forse non è azzardato pensare che tante confessioni nascono non dalla paura, quanto da dissensi interni, sull'organizzazione e sulla linea del partito armato».
Walter Tobagi
Vittima del terrorismo rosso
giovedì, maggio 24
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Un orzo in tazza grande per lei, un caffè scekerato per me. In galleria l'attendevo. Ero semplicemente impaziente. Non perchè fosse il mio primo incontro, non perchè, diciamo, era la prima volta che ci incontravamo io e lei e, neppure perchè fosse un'incontro d'amore. Niente di tutto questo. Forse una gran voglia di innamorarmi, questo si. Ma ero impaziente pur nella pazienza che ho, spesso, da vendere. Impaziente di conoscerla, di farmici quattro chiacchiere, visti gli agomenti in comune. E nell'attendere mi sedetti sulla scala della libreria che da sulla piazza. Mangiucchiavo freneticamente le pellicine dell'anulare destro. Poi arriva. E proprio mentre arriva, a piedi, a forza di mangiucchiare l'unghia del dito mi comincia pure a sanguinare. Accidenti. Nascondo la mano. Andiamo in galleria, ci sediamo e iniziamo a chiacchierare. Le parlo del mio progetto sul cinema. Le dico che mi piace avere un suo punto di vista, un consiglio su come poter concretizzare al meglio la cosa. Limare un'idea per poi renderla realizzabile grazie ad un suo aiuto, mi sembra la cosa più giusta. Poi il cinema, la discussione sulla scrittura cinematografica e quel corso di scrittura creativa. Certo che è proprio bello pensare che, oltre l'immagine, il cinema sia fatto principalmente di parole, di scrittura. E poi deviamo: dal montaggio di Ejzenstein a quel capolavoro girato qui in citta, nel 1979 da Stelvio Massi che va sotto il nome di "Un poliziotto scomodo". E poi ancora il cinema di genere. Quello degli anni settanta di impegno civile e sociale. Come Todo Modo" o come "Sbatti il mostro in prima pagina", passando però attraverso Morricone in quell'"Indagine di un cittadino al di sopra di ogni sospetto". Insomma, immerso tra questi discorsi, gongolo alla grande. La guardo fissa mentre parla con quei ricci che le incorniciano il volto. Attento ai particolari. Al maledetto suo cellulare (che trilla di vodafone a vanvera) che tiene appeso al collo come un san bernardo con la sua borraccia. L'accenno di smalto trasparente sulle dita, la guardo. E mi sembra di lavorare come Moravia faceva sui suoi personaggi dei suoi romanzi. Sul pitturare situazioni, raffigurare in forma scritta ciò che l'occhio non può. Alberto Moravia appunto. Io e lui. Che su di lui, lei ci sta scrivendo la tesi. Una tesi monografica sul lavoro de "Gli indifferenti". Sia sul libro che, sulla riduzione cinematografica che ne fece Citto Maselli tanti anni or sono. Le dico che sono un grande appassionato di Moravia. Pechè li ho letti i suoi libri. Da "La Noia" a "1934". Da"Il Disprezzo"a "L'uomo che guarda". E le faccio vedere un'articolo pubblicato su Libero in cui si diceva che, all'epoca del fascio, Moravia si raccomandava spesso al Duce. "Che fosse un marchettaro col potere" - mi incalza - "potevo ben crederlo. Chi non lo era a quei tempi?". Che però è stato un grande scrittore, aggiungo io, nessuno potrà mai togliermelo dalla testa. E dopo 4 sigarette ridotte a fumo in una sola ora, finisce l'orzo, finisce il caffè scekerato e, finisce purtroppo la nostra chiacchierata con un'"arrivederci". In attesa che poi questo progetto sul cinema possa concretizzarsi quanto prima
domenica, maggio 20
VotAntò, votAntonio!

Vota Antò, votAntonio! Questa, agli Italiani la debbo raccontare. Se non altro perché, in questa occasione mi tocca – e dico mi tocca – difendere la sinistra. Cosa che abitualmente, cerco allegramente di evitare, viste le mie idee ma, soprattutto, visto come sono dinoccolati e mal ridotti a livello centrale. Fatto sta che, per il settimanale a cui collaboro, mi è stato chiesto di seguire la campagna elettorale. Eccomi qua, taccuino alla mano, ad incontrare i quattro candidati sindaco del comune di Sant’Elpidio a Mare. Si, avete capito bene, San Lupiglio, come dicono qua, Sant’Erpidio, lu commune natio de Sir. Diego Della Valle. Visto che siamo un giornale serio – e perché serio, scomodo, talvolta – il nostro direttore ha deciso di porre stesse domande ai diversi candidati. Onde evitare polemiche, strascichi e parolai incresciosi che, in campagna elettorale vengon normalmente su come le cucciole nel giorno dopo della pioggia. E qua, di polemiche, non mancano. Visto che Sant’Elpidio, torna alle urne dopo appena tre anni di governo di centro destra imploso per fratture interne alla maggioranza. Fatto sta che, ad oggi, in questa campagna elettorale, questo centro destra si è frantumato in tre parti. Mentre la sinistra corre sola con una mega colazione che abbraccia compagni, moderati democratici e, persino socialisti. E così, se dal centro destra provengono le tre liste dei papabili alla carica del sindaco ( l’ex sindaco che si ricandida, l’ex assessore ai servizi sociali con una sua lista e, l’ex vice sindaco con un’altra ancora), nel centro sinistra, una lista pare che basta e avanza. E così, dopo essermi un po’ informato su questi candidati, mi armo di numero di cellulare e vado all’attacco. Con tre domande secche. La carta d’identità del candidato sindaco, il motivo della candidatura e, dulcis in fundo, tre cose da fare subito per la città. Semplice, no? In teoria, in campagna elettorale, dategli un microfono, ai politici che, vi solleveranno il mondo. Tutti si fanno un po’ faine per parlare, promettere e proporre. Almeno col verbo della parola. Normale amministrazione. Parlo con l’ex vicesindaco e la gentilezza si spreca. Mi invita persino ad andare sul suo sito per scriverne di più. Parlo con l’ex assessora ai servizi sociali che mi ricorda che la cittadina ha bisogno di una gestione al di fuori delle impostazioni di partito. Risponde alle domande, motiva risposte. Parlo con l’unico candidato della sinistra che mi racconta la sua storia personale. Il suo impegno in prima persona nell’Ulivo e, la gentilezza viene giù a gò go. Come lo scroscio d’acqua che vien giù da un rubinetto lasciato aperto. Poi parlo con l’ex sindaco, in quota Forza Italia, l’Italia s’è dest(r)a. E, alla domanda: 3 cose da fare subito per la città, sbotta. “Ma che razza di domanda stupida è questa?”. E poi: “Non esistono tre cose da fare subito, perché bisogna valutare le disponibilità finanziarie, le esigenze….”. E continua a lagnare. Allora, allibisco. Domanda stupida? – mi dico. Questo cazzone mi viene a fare la morale sul giornalismo? La cosa è indecente. Vabbè, che son tre anni che scrivo, però. La morale su come devono essere impostate le domande, no. Allora incalzo: “Insomma me le vuole dire queste tre cose? Poi dopo non si lamenti se, per il centro destra, non abbiam appuntato a chiare lettere le vostre proposte”. Mi sembrava di essere l’Annunziata quando, di fronte al Berlusca, perse il senno della ragione. “Cosa le debbo rispondere?” – mi incalza – “ qua di cose non ne dobbiamo far tre ma, trenta, trecento… dobbiamo riprenderci da dove ci siamo fermati”. Parole parole ma, per la risposta, niente da fare. Forse ha ancora il dente avvelenato per l’implosione della sua ex maggioranza. Certo è che, con lui, la destra locale, ci fa davvero una magra figura. Ed ora, che l’articolo debbo ancora scriverlo, non so ancora cosa scrivere su quelle tre proposte. Forse lascerò uno spazio bianco. Cosicché da stimolare la fantasia. Che nel centro destra locale, sembra avere la meglio su tutto
mercoledì, maggio 16
E poi?
non so ma, in macchina m'è capitato di cantare a squarcia gola 'sta canzone. Sarà la voce di Mina. Sarà il fatto che è difficile ricominciare (e non solo in amore ma, in genere nella vita tutta).Sarà pure che non possiamo non portarci dietro il nostro passato. Sarà. Eppure fischiettavo alla grande una canzone che, a malapena, conoscevo. Rapito dall'armonica e, dal giro di chitarra. E poi.

Ricominciare e poi
che senso ha ?...
Fare l'amore e poi?...
Io con te mi sento in colpa,
solo un po',
ma per me è già abbastanza...
Non riesco più a guardarti
e perché no?...
Non è stato in questa stanza,
mi lasciavi sempre sola...
Dio lo sa
quante
volte ho detto no...
Tornare insieme e poi?
che senso ha?...
Ricominciare e poi, che senso
ha?...Fare l'amore e poi,
che senso ha?...
(No, no, no)
Le tue promesse
(No, no, no)
sempre le stesse
(No, no,
no...)
E poi non posso adesso,
adesso, adesso non potrei...
Ho sentito il cuore in gola
ma però
ero forse troppo avanti:
quando sei
tornato in mente
io e lui
eravamo già amanti...
Dare un taglio a tutto il resto
tu non sai
mi è costato più che mai...
Ricominciare e poi
che senso ha ?...
Tornare insieme e poi
che senso ha?
Fare l'amore e poi
che senso ha?...
No, no, no....
domenica, maggio 13
Giampiero senza lenti

Notizia sottaciuta. Giampiero Mughini è stato radiato dall'Ordine dei Giornalisti.Avete letto un rigo qualsiasi su questa notizia nei maggiori quotidiani nazionali? Ci scommetto: no. L'ho appreso, con rammarico, solo da Libero, l'altro giorno. Prima sospeso dall'Albo perchè aveva sponsorizzato una ditta di telefonia .Poi, definitivamente radiato perchè aveva osato, poi, inchiostrare il suo pensiero su carta con nome e cognome annessi, su divesi quotidiani quando l'attività non poteva più esecitarla. E dunque radiato Giampiero. Un'assurdità bella e buona per un professionista del suo calibro. Uno che non ha mai dimenticato le sue origini comuniste di quando, con la Rossandra, fondò il Manifesto. Che però, il suo senso sociale e civile della propia storia intellettuale l'ha portato poi a voltare quella gabbana rossa - come ricorda nel suo libro da leggere in un sorso "Un disastro chiamato seconda Repubblica". Che diventò non nera quella gabbana ma, più limpida di un suo pensiero in continua evoluzione. Occhi vivi quelli di Mughini. Occhi guidati dalle sue lenti di intellettuale libero. Che sganciato dalle logiche del potere, è riuscito, nel contempo, ad incidere nella narratologia storica e personale dei fatti vissuti e raccontati. Ed è proprio dietro ai suoi occhiali, spesso belli perchè spesso abbinati ad hoc al suo abbigliamento, che si nasconde la sua scomodità. Perchè Mughini, (come Ferrara d'altronde), è un'intellettuale scomodi per il giornalismo italico. Quelli che hanno cavalcato più cavalli, quelli che si trovavano talmente a sinistra da far il giro ed arrivare a destra, sono spesso considerati un pò borderline. Come anche Oscar Giannino che, al posto degli occhiali, gli è rimasta quella barba di marxiana memoria. Ma è forse la prospettiva del pensiero che gli si è modificata.Ma la scomodità rimane eccome se rimane. Rimane oltre alla sua prosa sulfurea, la sua sicilianità. Oltre alla sua prossemica delle bracccia alzate e raccolte poi dietro la nuca, appena il suo pensiero juventino veniva partorito davanti alle telecamere domenicali del Controcampo. Rimane, non c'è dubbio, la sua scomodità da far invidia a molti altri. Ma di cavalli di razza come lui, ce ne sono pochi. Come pochi, purtroppo, sono quelli che riescono ad apprezzarlo Giampiero. Certo, seguirlo nei suoi pensieri arzigogolati che si perdono nelle subordinate, è impresa difficile. Ma poi, da una soddisfazione immensa ascoltarlo o, leggerlo su Il Foglio, ad esempio. Pechè poi, piano piano riesci sempre più a capirlo. A capire la sua scrittura, il suo personaggio e quindi, ad amarlo. Ora però, Giampietro, per raggirare ancora una volta il fottuto Ordine dei G., dovresti (come Farina), scrivere per un pò sotto falso nome. Così da perpetuare il pensiero. Così da farli, questi giornalisti che hanno avuto il coraggio di radiarti dall'Albo, "contenti e cojonati", come si dice in campagna dalle mie parti. Se t'hanno tolto le lenti intellettuali della tua ragione di vita, cerca di riprendertele prima possibile. Perchè ci sei necessario nel mondo del giornalismo italiano. Forza Giampiero che siamo con te, al tuo fianco, per combattere questa tua ennesima battaglia.
Giampiero Mughini
martedì, maggio 08
a dieci anni dalla scomparsa: Nitrato d'agento
Il cinema della metafora.
Eccessivo e graffiante pittore della vita
in ricordo del regista con la pistola (pitturata)

"Guarda la tua maschera in funzione. L’isolamento, in una camera che non debba comunicare con l’esterno perchè piena di un’atmosfera mortale, una camera quindi, dove, per sopravvivere, è necessario portare una maschera, ricorda molto le condizioni dell’uomo contemporaneo. E si riflette su questo mitico uomo ad una dimensione, senza dover, purtroppo, analizzare tutte le caratteristiche della nostra società industriale. Però, una metafora efficace, potrebbe essere molto suggestiva. Può anche chiarire conseguenze estreme di cui non si parli espressamente. Che restano appunto implicite. Perché, per esempio, il fatto di sapere di dover portare una maschera, non ti da un senso d’angoscia?L’introiezione di questo bisogno ossessivo e allucinatorio, non dà come risultato l’adattamento alla realtà. Ma, la mimesi, la massificazione, l’annullamento dell’individualità"
incipit del film "Dillinger è morto" . Anno 1969
Marco Ferreri
domenica, maggio 06
piange la mia biblioteca

La mia biblioteca piange. E non perché libri diversi convivano sugli stessi scaffali, ci mancherebbe. Sartre vicino a Veneziani, non gli vien la nausea. E neppure Giuseppe Prezzolini, con quel suo Manifesto dei Conservatori si lamenta della sua vicinanza alla collezione dei libri di Moravia. Moravia, si sa, era un pittore della letteratura. Di immagini. Come anche la collana dei gialli italiani di Piero Chiara. E il suo “La stanza del Vescovo” pasce tranquillamente vicino all’Anticristo di Nietzche. Per non parlare di “Senza Radici”, il libro della coppia Marcello Pera – Prof. Joseph Ratzinger che stanno lì tranquilli vicino alle rabbiose eppur, belle e coinvolgenti, ultime tre opere di tale Oriana Fallaci. Ci sono tutti tra gli scaffali. Dorian Grey, De Sade con le sue 120 giornate di Sodoma, i ragazzi di vita di Pasolini e quell’insostenibile leggerezza dell’essere che solo Kundera ha nel cuore. Ma anche una ristampa della biografia del patrono della mia città: San Serafino da Montegranaro. E inghiottita tra i libri, anche una vecchia autobiografia di Enrico Belinguer vicino ai discorsi per la democrazia di Silvio Berlusconi. Tutto tace, tra gli scaffali, il rispetto non manca. Però, piange questa mia biblioteca perché, da circa un anno, non riesco più a portare a termine la lettura di un libro, dico uno, fino alla fine. L’ultimo letto? “Un disastro chiamato seconda repubblica: miti protagonisti e subrette di un’italia che declina”. Autore il mitico occhialuto prosastico Giampiero Mughini. Lo lessi, questo libro in autobus, quando andavo a Roma per il master.Ma ci misi un’anno. Perché poi, qua, trovo complicato, ad oggi finire un libro. E mi resta leggerli in tranquillità solo quando sono in viaggio. Ogni sera sul comodino, un libro mi attende. In questi giorni ci sono Le uova del drago, di Pietrangelo Buttafuoco. Anche le sue giocose rivisitazioni non riescono ad afferrarmi l’occhio. E così la mia biblioteca piange. E speriam per poco. Le voglio far tornare il sorriso. E negli ultimi tempi, sul mio comodino ci son passati anche “L’attore” di Mario Soldati e, quel libro fantastico e, filosoficamente complicatissimo, “Aden Arabia” di Paul Nizan. Quel libro da cui, il cineasta Fernando Di Leo, ci trasse quel suo film censuratissimo dalla critica e discutissimo come “Avere Vent’anni”. Niente da fare. Sedotto e abbandonato da questi libri, purtroppo. Almeno in questo periodo. Abbandonato anche da quel manuale di conversazione politica allegato ultimamente con Libero. “Il berlusconismo”, appunto. Che mi sono ridotto a leggerlo a pezzetti in treno mentre, il mese scorso ero diretto verso Milano. Ed allora mi chiedo. Perché mai (e come mai mi ci sono ridotto) a leggere solo quando sono in viaggio? Anomala cosa, questa. Visto che i migliori viaggi sono anche quelli che ti travolgono in una lettura di fogli di carta rilegatti, ben bene, assieme. Che ti rapiscono nel racconto fino all’epilogo dell’ultima pagina.
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