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lunedì, aprile 30
tv tv
(quando è con la mediocrità che si sconfigge la mediocrita)
mò, abbasta. Basta per favore col pistolone Funaresco (ma meglio è "funeralesco") dell'italia mediocre. Ma è possibile che una rete ammiraglia - di servizio pubblico, aggiungo - mandi in onda un programma del genere. Altro che italia mediocre, Apocalypse Show è uno sputo nell'occhio dell'italia. E poi Rai 1, basta, basta ste predicozze televisive con preti del calibro di Celentano, Benigni e Funari. La sopportazione ha un limite. Ma è possibile, dico io, che non ci sia qualcun'altro degno (e più giovane professionalmente parlando) che riesca a fare un programma di prima serata tutto suo? Senza prediche, senza quei puntini di sospensione celentaneschi che televisione non la fanno proprio. Senza le sagome in studio degli ex presidenti del consiglio da interrogare o, da inviargli una lettera come in totò, peppino e la malafemmina. Perchè quello attuale, il presidente ossa, ciccia e mortadella dico, che vuoi più interrogar? Con la bici, a forza di correre dietro al partito democratico, gli s'è pure finito il fiato. Sfiatato, politicamente parlando. Con gli alleati, sta al boccheggio. Però loro, questi della tv, ancora battono il chiodo. E ora che il presidente è cambiato, se la prendono con la mediocrità dell'italiano.E giù sermoni mediatici. Certo che deve essere fiero uno che paga il canone, accendere la tv e vedersi uno con la barba su di una sedia simil papale, che ti dice che sei un mediocre. Sarebbe da non pagarlo più sto canone. Così non saremmo più mediocri, per dirla con un sillogismo aristotelico. Ma di Aristotele la tv ne fa volentieri a meno. E l'amaro calice da bere in prima serata è questo Funari più incazzato che mai ma, anche più vecchio e claudicante. Col bastone dandy sì. Ma con le solite pippe qualunquiste che a questi mediocri qua, quelli che vedono la tivvù, hanno già stancato. E così, premiano Scotti. Ma due cose dell'operazione Funari in Rai, si sono salvate. Il trailer pubblicitario con quel "Voglio Rai 1" che fa molto Fellini pruriginoso di Amarcord e, i suoi occhiali rossi. Dico, quelli di Funari. Che, se non erro, sono tagati Alain Mikli. Perchè anche a ottant'anni, qualcuno che ti cura lo stile, deve per forza esserci. Anche se ti metti dentro una mediocre tv come quella del servizio pubblico. Ed il consiglio allora rimane: guardate La7, guardate La7. Contro la mediocrità moderna,l 'unica degna, sei tu.
Apocalypse Sciò
venerdì, aprile 27
questioni di sguardi
(ovvero: la mia recensione all'ultimo libro del mio ex prof. di religione Luca Tosoni)

Uno sguardo, felice o triste che sia, lascia sempre qualcosa in noi. Quanti sguardi, quante impronte lasciate nell’altro. Se gli occhi potessero raccontare la profondità dell’anima, le sue voci sarebbero quelle degli sguardi accoglienti. E negli occhi degli innamorati, c’è sempre qualcosa in più. Qualcosa che, il più delle volte, tante parole, non riescono a dire. In realtà, Luca Tosoni, con il suo ultimo libro “Uno sguardo accogliente”, si spinge oltre. “Il tema della spiritualità coniugale” – precisa l’autore – “può svilupparsi in tre atteggiamenti differenti”. In primo luogo, l’accoglienza dell’altro come contemplazione del progetto di Dio. Un progetto che diventa poi, dono senza riserve e che, si tramuta, in seguito, nella capacità, ad aprire la propria vita al servizio degli altri. “Un percorso che, pur partendo dall’esperienza umana” – precisa Tosoni – “alla luce della fede, cerca di rivalutare la propria disponibilità all’accoglienza”. Ed è in questa prospettiva che si pone al centro il concetto del dono. Lo sguardo accogliente degli innamorati sembra così rivalutare l’esperienza, sia personale che, di coppia. Non annullarsi ma, cedere qualcosa di sé. E come ricordava una celebre frase di Schokel – “chi non è disposto a lasciarsi sorprendere non si iscriva a questa partita di caccia il cui trofeo è l’amore”. Dunque, camminare insieme per lasciarsi sorprendere. Ma soprattutto vivere un progetto comune che, pur andando al di là delle proprie individualità, sia capace, nei momenti di necessità, di riequilibrarsi. Di avere cioè, di fronte alle cose che cambiano, quella disponibilità a rivedere e modificare il proprio atteggiamento. “La coppia” – precisa Tosoni – “ regge quando non rientra in uno schema preconfezionato”. C’è un progetto condiviso, certo. Ma c’è anche un mondo che ruota attorno alla coppia. I figli, i propri genitori, ad esempio. Ed allora, la spiritualità coniugale deve, per forza, passare attraverso la capacità di modificare il proprio sguardo. Per riuscire a vedere le cose che cambiano. Ma soprattutto per crescere come coppia, anche attraverso, una comunicazione più intima. “Oggi purtroppo” – continua Tosoni – “ la comunicazione, spesso veloce, non aiuta alla limpidezza del rapporto di coppia”. Ed in questa dimensione, molta importanza deve essere data alla capacità di ascolto. Per uscire di sé e capire cosa l’altro mi sta dicendo. “Fare esodo” – specifica l’autore del libro – “per fermarsi a comprendere il proprio coniuge”. Ma questo, nella coppia, significa anche darsi del tempo. Perché, pur nella sua forza che scardina, il gioco dell’amore ha bisogno del tempo per essere comunicato. Un tempo, quello dell’amore, misterioso se si pensa, anche che difficilmente esso rientra in una logica di pura utilità. E’ questo il vero sguardo dell’amore. Quello che guarda all’accoglienza dell’altro senza contropartita. Nella disponibilità alla continua sfida del giocare la propria vita per una cosa non utile. Accogliere l’altro per come realmente è con le sue potenzialità ed i suoi difetti. Con i suoi pregi ma, anche con i suoi limiti. Perché, in fondo, il volersi bene sta anche nell’accogliere le imperfezioni altrui. Nell’educare a quello che, lo stesso Tosoni chiama – “l’amore imperfetto”.
maredinverno
Il libro
lunedì, aprile 23
l'ultimo sognatore (questo sentimento popolare)
Piero piange, Romano tira i pugni avanti e dietro per incitare il democratismo che è in se. Rutelli (ma non era radicale?) dichiara amore eterno a Piero, uniti nello stesso partito. Democratico, appunto. Mussi scappa, D'Alema cuce. E Fausto, dico, Fausto. Che fine farà? Che fine farà oggi il partito comunista? La questione è alquanto pagliosa, direbbe qualcuno.
Fatto del giorno
sabato, aprile 21
velle parum est, cupias, ut re potiaris, oportet (valeria, in tandem con ovidio)
Quale allegria
se ti ho cercato per una vita senza trovarti
senza nemmeno avere la soddisfazione di averti
per vederti andare via
quale allegria,
se non riesco neanche più a immaginarti
senza sapere se strisciare se volare
insomma, non so più dove cercarti
quale allegria,
senza far finta di dormire
con la tua faccia sulla mia
saper invece che domani ciao come stai
una pacca sulla spalla e via...
quale allegria,
quale allegria,
cambiar faccia cento volte per far finta di essere un bambino
con un sorriso ospitale ridere cantare far casino
insomma far finta che sia sempre un carnevale...
Sempre un carnevale.
Senza allegria
uscire presto la mattina
la testa piena di pensieri
scansare macchine, giornali
tornare in fretta a casa
tanto oggi è come ieri
senza allegria
anche sui tram e gli aeroplani
o sopra un palco illuminato
fare un inchino a quelli che ti son davanti
e son in tanti e ti battono le mani.
Senza allegria
a letto insieme senza pace
senza più niente da inventare.
Esser costretti a farsi anche del male
per potersi con dolcezza perdonare
e continuare.
Con allegria
far finta che in fondo in tutto il mondo
c'è gente con gli stessi tuoi problemi
e poi fondare un circolo serale
per pazzi sprassolati e un poco scemi
facendo finta che la gara sia
arrivare in salute al gran finale.
Mentre è già pronto Andrea
con un bastone e cento denti
che ti chiede di pagare
per i suoi pasti mal mangiati
i sonni derubati i furti obbligati
per essere stato ucciso
quindici volte in fondo a un viale
per quindici anni la sera di Natale...
Lucio Dalla
mercoledì, aprile 18
Il Pendolare

Drawing dreams. Disegnare sogni. Sullo sfondo del cinema. E’ vero, il mestiere dello scenografo, come quello del musicista, sta nel far incontrare l’arte all’artigianato. Dalla cura dei dettagli dell’ambiente scenico, alla precisione dell’inquadratura. E questo Dante Ferretti lo sa. E sa pure quanto il cinema si avvicini alla pittura. Certo è che, anche la sua formazione, presso le botteghe di Fellini e Pasolini, molto lo hanno aiutato. Però, si vedeva che era commosso Dante. Non è da tutti i giorni prendersi una laurea Honoris Causa in Scienze della Comunicazione. Ed in più a Macerata. Dove lui è nato ed, in cui, ha avuto i primi approcci col cinema. Lui, lo specialista dell’immagine, si vedeva, era commosso. E mentre parlava, incespicava con le parole per l’emozione. Ricordò, le sue prime esperienze fatte con il regista (oggi considerato b-movies) Domenico Palella, quando curò la scenografia di un film girato in Ancona in cui, le spiagge di Portonovo venivano spacciate come quelle delle Hawaii. E poi i ricordi scolastici all’Istituto d’Arte di Macerata. Quando ogni anno veniva rimandato ad ottobre. Andava male in italiano, in matematica, diceva. E poi la partenza per Roma, le prime esperienze a Cinecittà con il film di Pietrangeli “La Parmigiana”. E poi i grandi incontri con Federico e Pier Paolo, fino alla discussa opera “Salò o le 120 giornate di sodoma”. Passando da "Vangelo secondo Matteo" o per i famosi "Uccellacci ed Uccellini". Ed in tutti questi lavori, ricorda che sempre ha messo del suo, della sua vita. “Fellini”- ricorda Ferretti durante la Lexio Magistralis – “era uno che aveva sempre bisogno di stimoli”. Ed allora Ferretti gli iniziava a raccontare i sogni, immagini anche viste, vissute e sudate nella sua Macerata. E non è un caso se, ne “La città delle donne”, Mastroianni recita una scena in cui ha alcune visioni del passato e di anguille. Ecco, quelle visioni sono anche in parte appartenute a Ferretti. Dante Dante che, da parte di madre, sei pure di origini del mio paese. E chi si ricorda, mi raccontò che, d’estate veniva spesso a Montegranaro dalla nonna. E ci si trovava bene, qua. Anche perché, leggenda vuole che, a Macerata, non aveva poi, così tanti amici. Un pendolare, fin da giovine, insomma. Pendolare, come il suo status fisso. Ora intanto sta lavorando a Londra per l’ultimo film di Tim Burton. Ma la cosa non gli pesa. Anzi. “Vivo in albergo” – precisa in conclusione il premio Oscar – “ e per me, andare in giro e fare scenografie, è come ricominciare a vivere”. Ogni film una storia, una vita. “Uno muore” – prosegue – “e poi rinasce in un periodo diverso”. Eccola l’attività dello scenografo. E nel suo lavoro specifica che cerca sempre di studiare la parte. Di trasferirsi mentalmente cioè, di volta in volta, in nuovi ambienti. In nuovi periodi, per poterli meglio raccontare. Perché la scenografia nel cinema, per dirla con Grezzi, non è cinema. E’ bensì, un racconto parallelo alla storia del film
martedì, aprile 17
L'amoosa visione - percorsi giovani di incontro e di abbandono

Ricordate questo documentario?Ancora Pasolini. Ma questa volta in maniera molto induttiva. Perchè il film di Daniele Segre, che verrà presentato stamane a Roma, ha molti punti di contatto col documentario del poeta friulano. Se con i Comizi c'ea un giovane Pasolini che, col microfono alla mano, andava intervistando giovani e non sul tema dell'amore, qua, ci sono primi piani serrati di interviste in pianosequenza. L'intevistatore però, non è Segre. E a far domande spetta ad un gruppo di giovani marchigiani che intervistano loro coetanei. E non solo sul tema dell'amore ma, anche sul sociale, sulla politica, sulla comunicazione e sul lavoro. Sulla religione e sul volontariato. Parole che scivolano giù. Come il vento che si posa ed impressiona sulla pellicola. Così tra queste parole, anche le mie ci si sono impressionate. Perchè tempo fa, mi fu chiesto se volevo essere intervistato per questo documentario sul mondo giovanile. E non ebbi esitazioni. Andai e mi feci una chiacchierata davanti alla telecamera accesa. Dicevano che volevano persone che avessero qualcosa da raccontare, una storia. Io non so perchè fui scelto. Forse per gli occhiali francesi che fa tanto Woody Allen. Forse per le mie letture quotidiane del giornale diretto da Vittorio Feltri. O forse, meglio, per i miei interessi di cinema e teatro. Fatto sta che mi sono divertito, per una volta, a passare dall'altra parte. E dopo tante interviste fatte a personaggi più o meno noti, mi sono trovato a subire un'intervista. Con l'effetto sorpresa del non conoscee neppure le domande. E mi dispiace non essere a Roma per la prima del film. Mi appello però alla gente di Roma: andate a vedere questo film. Credo non ci si possa pentire. Intanto, sabato verrà pure presentato al cinema Cecchetti di Civitanova Marche. Ma lì, andrò.
L'amorosa visione - Comunicato Stampa
lunedì, aprile 16

Poi, ad un certo punto, il cavallo ha risalito la piazza. E più saliva e più il fuoco s’avvicinava. Fino a che, un bagliore basso di scintille bianche ha iniziato a mitragliare la gente. Che, sotto al Duomo, s’è ammassata, d’un lampo, a terra. Ho subito alzato il bavero del giaccone e mi sono coperto la testa. E pur al riparo, ho rivisto qualche scintilla che mi cadeva inerme sui jeans. Mentre la folla che gremiva la piazza incitava “cavallo, cavallo”, ad un semplice pezzo di latta a forma equina ricoperta di botti pronti per scaraventarsi nel cielo. Poi, ad un certo punto, due botti artificiali. Forti, finali. Ed il cavallo s’è fermato al centro. Mentre le luminarie iniziavano a rianimare la piazza centrale. E Ripatransone ha ricominciato a vivere. Come se nulla fosse successo. Come una scintilla, che di colpo, ti prende e ti catapulta, de facto, nei luoghi della tradizione che ogni anno si rinnova. E' il Cavallo di Fuoco.
sabato, aprile 14
15 aprile 2007 - a quarant'anni dalla scomparsa, l'ultima sua apparizione al cinema
(sotto magistrale direzione di Pier Paolo Pasolini)
Fatto del giorno
giovedì, aprile 12
bazar
Sarà l’aria della provincia, il dialetto strascicato. O il confondere la “t” con la “d”. Ma in questi luoghi, che sono non-luoghi, tra i pensieri, ti ci perdi. Me ne sono accorto, scendendo da Grottazzolina, che tutti chiamano Grotta, a Fermo. L’insegna parlava chiaro: “Sali e Tabacchi”. E per me, che dovevo fare qualche copia del mio curriculum, era il luogo più adatto per scendere dalla macchina. O almeno pensavo che sia. L’area è trafficata, certo. C’è la strada che taglia in due la zona industriale. L’economia che pulsa nel cuore degli imprenditori che si son fatti da sé. Capannoni, aziende di trasporto e segretarie bella presenza sempre disposte ad accoglierti nella hall della ditta lì, proprio dietro alla fabbrica da cui, quell’odore di mastice proviene inesorabile. Ebbene in questo ennesimo “villaggio del lavoro”, per dirla col mio sindaco, l’indotto a questa economia gira attorno a questo bazar di sali e tabacchi. Questo non- luogo, che difficilmente è identificabile in altre aree, industrializzate o meno che siano. Un bazar, diciamo in cui c’è tutto ed il contrario di tutto. In cui, l’unica regola è quella di mettere insieme. Accendini e sigarette, vicino al reparto cancelleria, tre penne rosse mannaggia e, 2 blu o nere. La solita fila dei gratta e vinci appesa proprio dietro alla cassa con vicino la solita vecchia scatola di durex. Quattro pacchi di birra moretti per terra, quasi ad intralciare il traffico, proprio vicino agli ammorbidenti per le lavatrici. E poi salumi, affettati e spazzolini, sigari, fazzoletti ed il reparto della carne. Tutta robba ruspante, de casa nostra. Come l’oe de le gagline, lo vì e l’oio dè le glie de lu campu vicinu. Chi più ne ha più ne metta. Di tutto un po’ in questa sorta di piccola cambusa immobile. Quasi a dire, quanto basta per la sopravvivenza. C’è da scartabellare tra i piani espositivi ed i banconi ma, le cose si, ci sono. Tutte. Basta un po’ di pazienza, un po’ di zucchero. E la pillola va giù. Una cosa simile ricordo d’averla vista a Macerata il giorno che mi iscrissi all’università. Entrai in uno di questi bazar e fui subito colpito da un prosciutto nostrano che pendeva dal muro con vicino, sempre appesa, una scatola di assorbenti per le donne. Fui rapito, ricordo, dalla stramba associazione di questi diversi prodotti. Ed era il secolo scorso, il 99 per la precisione. Ed oggi, col nuovo secolo, credevo che questi luoghi erano stati in parte banditi, anche in provincia. Ed invece, eccoteli qua. Nel vociare delle vecchiette che, alla solita ora, si presentano. E non solo per acquistare quel solito etto di mortadella. Ma anche per chiacchierare, spifferare quello che succede in città. O per sapere chi e come tizio è morto. Insomma ero lì, nel gorgo di questo bazar, per far delle fotocopie. Con una fotocopiatrice (che fa anche da fax) che, l’anziano titolare, mi dice essere rotta. C’è da cambiare l’inchiostro precisa, con un fare quasi a dire “mannaggia non so neppure cambiare l’inchiostro”. Ed intanto una vecchietta alla cassa mi attacca bottone col tempo. “E’ troppo caldo” – mi dice “era meglio prima”.. “E’ si Signora” – rispondo. Ma le fotocopie non escono. O meglio, escono ma, tutte nere. Meglio allora riprendere la macchina ed avvicinarsi al paese più vicino. Qua, per dirla con Troisi, in “Non ci resta che piangere” – “siamo ancora al millequattrociiiiiento, quasi milleecinque”
venerdì, aprile 06
scaglie di cinema, qualche ricordo salpato, di colpo ,stamattina. Quando, alla radio, ho appreso la notizia (e sempre di colpo, nella tristezza, m'è venuto da fischiettare quel motivetto de "Le avventure di Pinocchio")
 
Ciao Luigi. Erano gli anni settanta e tu, già eri considerato un Maestro indiscusso. Perchè nel cinema italiano, c'erano gli attori bravi come Manfredi, Sordi, Mastroianni e Tognazzi. Ma dietro soprattutto, c'eri te, con la scrittura del cinema. Ed ora che te ne sei andato, il nostro cinema rimane quasi orfano di padre. Pezzi di cinema che se ne vanno. Ed il pensiero vola a Suso Cecchi D'Amico. Quasi centenaria ma, oggi viva che, insieme a molti altri Maestri, hanno scritto, col le loro idee, le pagine più belle del cinema italiano.
Luigi Comencini
Fatto del giorno
martedì, aprile 03
Fede e Politica
Fontana dei quattro fiumi, Roma. Piazza Navona. Queste figure antropomorfe rappresentano il simbolo dei quattro continenti allora noti. E al vertice della fontana, una colomba in bronzo, veiculum-imago - direbbero i semiologi – dell’opera pacificatrice della Chiesa. Nonché, della fortezza della famiglia dei Pamphili, quella del pontefice che volle l’opera. La tradizione vuole che le pose delle statue del Nilo e del Rio della Plata nella Fontana, così come quelle della statua di Sant'Agnese nella base del campanile destro dell'antistante omonima chiesa, siano dovute alla rivalità fra i due maggiori architetti dell'epoca: Borromini e Bernini.
Il Rio della Plata (del Bernini) avrebbe la mano alzata per ripararsi dal crollo della facciata della Chiesa di Sant’Agnese in Agone (del Borromini). Mentre il Nilo – sempre del Bernini - avrebbe il capo velato, non tanto per alludere al fatto che ancora fossero ignoti i luoghi delle sue sorgenti, ma per il rifiuto di vedere l'opera del Borromini. Bernini versus Borromini e viceversa. E Sant’Agnese che si tocca il petto con la mano. L’assicurazione per il Borromini che, in fondo, la sua Chiesa non sarebbe caduta. La sua Chiesa. B&B, Bernini contro Borromini, l’arte che, sulla Chiesa si scontra. Un po’ come l’odierna lotta tra i teo-con con i teo-dem. L’arte e non solo. Ma soprattutto, la politica. Si la politica. La Chiesa forse, è l’esempio più alto di una forma di politica pura e nobile. E lo scandalo, secondo i benpensanti, sta proprio qui. Nel non riconoscerlo questo potere a lei affidato. O meglio, nel biasimarlo, quando non si può non farne a meno di riconoscerlo. E biasimarlo di brutto. Ma io, che un benpensante non sono, DICO NO. In tutti i sensi. Dov’è lo scandalo? Nel dire? Cosa dovrebbe fare la Chiesa allora? Di cosa si deve occupare se da tante parti viene troppo spesso imbavagliata? Se non condanna l’istituzione delle convivenze civili, ad esempio. O il relativismo culturale. Se non condanna l’eutanasia a favore dell’estremo valore che è la vita, di quale argomento le rimane di discutere? Da Ferrara, ad “Otto e mezzo”, ho visto Olmi parlare della famiglia uomo-donna. Con le lacrime addosso per l’emozione. Perché la Forza di Dio è umanamente incontenibile. Anche per un regista. Perché la Fede è una pura forma di Politica. E non si discute. Se non è zuppa – ironizzava recentemente Vincino sul Foglio – è pan Bagnasco. Bagnasco appunto. Che con quel suo recente niet, è riuscito a dare una continuità filosofica e politica a tutta l’attività del suo predecessore Camillo. “Se cade l’etica” – prosegue nella nota della Cei – “è difficile dire no anche a incesto e pedofilia”. Ma Basnasco non è mica l’unico che dall’altare ha affondato le sue unghia nella politica. Oggi c’abbiamo il Professor R. Quello che ha Ratisbona, ha detto le cose come andavano dette. Senza peli sulla lingua. Ma in molti si irritarono. E prima di lui, Papa Giovanni Paolo II che, nella sua opera di missionarietà della Chiesa universale, contrastò giustamente il potere comunista. Sia nel suo paese che negli altri in cui, questo virus, infestò le locali popolazioni. Anche Woytila fece incazzare molte persone. Fa parte del gioco, certo. Ma quelle scarpe con la mezza piantina sulla suola, quelle scarpe “made in Montegranaro” che, appena due anni fa, glie le vidi indosso (dopo undici ore di fila) quando nella cattedrale di San Pietro, era col corpo immobile e col volto a guardare Cristo, ebbene. Ebbene, quelle scarpe che hanno girato il mondo, paesi, volti e popolazioni, vanno solamente benedette. Benedette, perché son riuscite a camminare con determinazione nel limite, nel limes latino. In quel viottolo scosceso ed intricato che divide e, a volte, mette insieme la Fede e la Politica. Intanto, semplicemente per aver svolto seriamente la propria missione pastorale, nella settimana santa, si sono anche fatti sentire gli insulti a Mon.Angelo Bagnasco
Fatto del giorno
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