maredinverno

   "Se c'è un luogo al mondo,in cui puoi pensare di essere nulla, quel luogo è qui. Non è più terra, non è ancora mare. Non è vita falsa, non è vita vera. E' tempo. Tempo che passa. E basta". A.Baricco

 



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giovedì, marzo 29
 

a fatigà, a fatigà

Umiliazione. Questo il sentimento provato appena l’occhio m’è caduto su questa locandina. Umiliato e, perciò l’ho fotografato. Non tanto per piaggeria ma, per far comprendere al mondo (o a qualche affetionados di questo blog) il mondo che gira da queste parti. Capisco la monocultura della calzatura, capisco lo carzolà, che s’è fatto da sé. Con la sua manualità senza poi l’attenta cura del contorno fatto di comunicazione, di studio e di savoir fair con i suoi clienti. Capisco pure il ricambio generazionale che, fortunatamente, in questo periodo sta, con tutte le forze, cercando di eliminare quest’ultimo gap. Capisco tutto. Ma, a tutto c’è un limite. Come questa locandina apparsa sulla vetrina di una nota agenzia di lavoro interinale. Per delicatezza nei suoi confronti, non la cito. Però, l’umiliazione rimane. Sai fà le scarpe?Allora sì troato lo posto justo, è un’umiliazione per chi, come me (pur con molta modestia con qualche titolo in tasca), in questo periodo sta cercando lavoro. Nelle agenzie, vabbè. Capisco pure che la maggior parte delle agenzie di lavoro si occupano di manovalanza, vabbè. Però, a lanciare una comunicazione pubblicitaria in questo modo, è proprio da sfacciati. Come dire, parafrasando il Sommo Poeta, “lasciate ogni speranza oh voi, che entrate”. Laurea in Scienze delle Merendine (perché parlare di Comunicazione, da noi, è come parlare di merendine)? Pussi via. Corso di Alta Formazione in Media Education presso l’Università  La Sapienza a Roma? Ti risponderanno: “Media che?... che vordì?”. Qua o manovalanza o, nisba. Operaio, al massimo magazziniere. E già cercando un posto come ragioniere, qualche problema inizia porsi. Poi vabbè, se sai “mastecià e ciai voja”, è tutta un’altra storia. E chissà, entrando nell’agenzia di lavoro interinale, potrai far pure carriera nel mondo del “masteciaggio”. E magari poi (nel senso di “potere”) diventà operaio specializzato. Però, la Laurea in Scienze della Comunicazione te ‘rmane. Gioco un po’ di lingua per sdrammatizzare la situazione proprio quando bisogna riflettere seriamente. Ma, ad oggi è questa la situazione. E forse, questi geni della Comunicazione, i quali hanno messo a puntino questo messaggio pubblicitario, qualche cosa gli è loro scappato. Come ad esempio, il problema più endemico, del rapporto tra giovani e lavoro. E cioè, quel fenomeno che porta il nome di “disoccupazione intellettuale”. Cioè, di tutta quella disoccupazione che, ad oggi sta portando alcune carriere scolastiche. E non solo. Ma anche una totale impreparazione di certi territori (come quello in cui abito) ad accoglire, lavorativamente parlando, queste nuove figure professionali. Una sorta di convergenza parallela, per dirla con Moro, tra il mondo del lavoro e quello scolastico. Ma una convergenza parallela continua. Scuola e Lavoro che, mai si incontrano. E poi dal canto loro, dico degli imprenditori, pare il problema non sussista. Ad una conferenza stampa, l’ho udito con le mie orecchie. “Ma dove sta tutta questa disoccupazione, Signora??” –  domandava stupito Enrico Bracalente, patron di Nero Giardini, ad una corrispondente del Messaggero che lo incalzava coi numeri alla mano. Dove sta? Vieni a casa mia caro Bracalente. Poi te lo dico. A casa di uno che, con una laurea sulla critica cinematografica tra carta stampata e web, non sa ancora che farci. Vieni, facciamoci una chiacchierata. Solo così si potrà scoprire che il modo della disoccupazione, è un film diverso da quello che, molti credono di vedere. E solo allora se po’ jì a fatigà contenti.  

postato da samu80 | marzo 29, 2007 15:42 | commenti (8)


martedì, marzo 27
 

edipico

Il mito non pone però esplicitamente il problema della differenza ma lo risolve tramite il parricidio e l'incesto. Nel mito non si parla infatti di identità e di reciprocità tra Edipo e gli altri: di Edipo si può affermare però almeno una cosa che non è valida per nessun altro e cioè che egli solo è colpevole del parricidio e dell'incesto. Queste colpe si presentano come un'eccezione così mostruosa che Edipo non assomiglia a nessuno e nessuno assomiglia ad Edipo: ma la sua caduta non è una mostruosità eccezionale, bensì è il risultato della sconfitta nello scontro tragico. Nella tragedia l'ira è presente ovunque: non è Edipo ad avere il monopolio dell'ira, giacché non vi sarebbe disputa tragica se anche gli altri protagonisti non andassero in collera. Le loro ire seguono quelle dell'eroe solo con un certo ritardo, per cui si è tentati di riconoscere in loro giuste rappresaglie, ire seconde e perdonabili rispetto all'ira prima e imperdonabile di Edipo. Ma l'ira di Edipo è sempre preceduta e determinata da un'ira anteriore.

(Teatri di Marca)

Collera? O stanchezza?

postato da samu80 | marzo 27, 2007 00:55 | commenti (1)


domenica, marzo 18
 

melano

Al primo spiraglio di sole, una volta, andavo sempre con le Clark ai piedi, perché erano comode. Poi, quasi sotto casa, quasi per caso, ho scoperto un tale calzolaio di professione che lavora per la Cesare Paciotti. Ed ho provato un paio. Ma poi, vuoi per la comodità, vuoi per il prezzo irrisorio, non le ho più abbandonate. Ebbene queste scarpe m’hanno accompagnato fino alla stazione (e non solo). E vederle esposte in Corso Buenos-Aires, al modico prezzo di 199euri, io che di euri ce ne avevo spesi solo sessanta, non ho potuto che godere. Anzi, sono state le mie dita che, baldanzose, si agitavano nella scarpa. Camminavo a tre metri sopra il cielo. Certo che Milano (anche quella che non si “beve”) è veramente cara. Cara. Giù al nord, Milano, è cara soprattutto a quelli del sud. E non lo dico con cattiveria. Il vero cuore di Milano, batte al sud. A Melano appounto. In quella città nella città dove si lavora alacremente. Dove ci si abbandona per poi ritrovarsi in Metro, nel carnaio umano e sudaticcio, della gente che va a lavorare o a bighellonare in giro. Con la cravatta o senza, tra rasta, monache ed indiani che ti suonano davanti quella musica tzigana col violino, in attesa dello spiccio. Che, alla fine, non viene quasi mai. Cafè, cafè, fischiettava sul carrellino nu ferroviere della carrozza 9. Ero nei pressi si Piacenza e subito m’accorsi di star per arrivare alla stazione centrale di Melano. In piazza Duomo, una ragazza  col suo boy, fissava seduta l’androne della galleria Vittorio Emanuele. Aveva la vita dei pantaloni bassissima che le si vedeva tutto il bendiddio. Una ragazza marocchina intanto, con jeans e burqua tagliato malapena sulla fenditura degli occhi, stava mandando un messaggino col suo cell. Melano. Mannaggia lo sciopere – dice l’autista del tram – agge bisogne de nu poche de vacanze. Alle sei la metro stacca per lo sciopero, tutti in tram a Melano. Davanti la redazione di Libero posteggiano i caramba mentre un sole forte spacca le pietre di Piazza San Babila. Si lavora, di venerdì. Ma ci sono pure tanti turisti rapiti dallo shopping pazzo e disperato. Come quelle tre danesi bionde, che dio l’abbia in gloria, incontrate in metro: direzione Montenapoleone. A San Babila c’è un banchetto contro la legge sui Dico. C’è scritto: Dico No. Ok, firmo. Uno sguardo alla cartina riparato in uno di quei vecchi box dei telefoni della telecom ed eccomi invaso da un gruppo di cinesi che m’accerchiano. La guida punta il dito verso me che sono nella cabina, ride, ciancica la sua lingua. Oddio mi sento male. E che c’avrà da dire sta cinese sulla cabina del telefono? Scappo con la coda tra le gambe, mentre qualche turista dall’occhio mardolato, sorride. Alla Stazione di Porta Genova, con puro accento Melanese, un tipetto al telefono chiacchiera: ammò poi ti presento unamicamia (tutto attaccato, ovviamente) di Naaapoli. Ed allora ho subito pensato a Lucio Dalla che a Milano gli aveva dedicato una canzone. Milano che fatica – diceva – fai una domanda in tedesco, ti risponde in siciliano. Melano. Ma ho anche pensato ad una recente inchiesta di Pietrangelo Buttafuoco che, su Panorama, rifletteva allegramente che il vero sud dell’Italia, è il nord. Che l’anima del nord sta a sud, nella popolazione che a Melano ci lavora, vive ed innamora. E chissà cosa penseranno i Milanesi dei Melanesi? E viceversa. Come si vedranno a vicenda?Colonizzatori, indigeni o integrati? E tra queste domande, con le mie scarpe, arrivo fino in Fiera, allo showevent dei calzolai più prestigiosi al mondo. E con sorpresa, mi accorgo che, per uno strano fenomeno chiamato glocalizzazione, i migliori calzolai, quelli che sul lavoro e l’economia, ci fanno in tutti i sensi le scarpe, ce l’ho proprio sotto casa. Ad un passo dal mare ed uno dalla montagna. Qui, tra le dolci colline marchigiane.

postato da samu80 | marzo 18, 2007 16:00 | commenti (12)


mercoledì, marzo 14
 

numeri

Tre&14. Marzo, giorno quattordici, scritto dagli inglesi. Pi-greco. Chi avrà inventato i numeri?Gli arabi? I Fenici? O i Babilonesi?Eppure sono indispensabili questi numeri. Provate a pensare un mondo senza numeri che caos sarebbe. Non si potrà più misurare, non ci saranno più unità di misura, pesi specifici, prezzi. Non si saprà più che ora è. Non ci si potrà più dare un appuntamento preciso, a tale ora. Per non parlare delle valutazioni. Gli studenti, senza un parametro valutativo, verranno tutti promossi ed anche le procaci signore, non potranno più dire (purtoppo) di avere le curve al punto giusto. 90-60-90. Ma soprattutto 90, perché, come diceva Ivan Graziani, è di sopra che si ammira la natura. Che mondo sarebbe senza numeri?Senza le proporzioni che da essi scaturiscono anche in architettura? Senza il concetto dell'1 di Plotiniana memoria, ad esempio? Senza più il tuo numero di cell. da digitare. Come si farà a non poter più chiamare? O a non poter più dare un’occhiata a quel libro della bibbia chiamato appunto “I Numeri”? Ed allora sì che si dà i numeri. Fuori di testa. Noi, pensateci, schiavi dei nostri numeri. Del mio 105 di laurea, tenuto scritto e fiero, dentro al cassetto del comò. Di quell’otto in matematica del terzo ragioneria. Otto dico, davanti ai quadri, quella volta, che di anni ne son passati, quasi mi venni meno. Poi non successe più, però. Ed i numeri parlano chiari anche in Tv. Dicono che Prodi, intervistato da Mentana a Canale 5, abbia fatto crollare gli ascolti di Mediaset. Audiece inchiodato al 12% mentre, a Porta a Porta, la coppia di fatto Mastella- Pecoraro Scanio ha fatto più del doppio degli ascolti. Non solo. Pare che la Sutor Basket Montegranaro abbia anche soffiato in casa la vittoria alla Benetton Treviso:71 a 70. La matematica, i numeri. Sono qualcosa di veramente importante. Perché non possiamo farne a meno. Dobbiamo conviverci coi numeri. Da quando nasciamo, per quantificare il nostro peso, fino alla morte, quando i giorni ti si sono finiti e non c’è più niente da contare. Dalla culla alla tomba. Ed in mezzo, una quantità infinita di numeri lungo la strada. Con un occhio al tachimetro e l’altro ai chilometri percorsi per le vie della vita. E poi i calcoli, quello preciso che riconta di continuo il resto o, quello che regala 10 € - 10 di mancia al garzone del ristorante. I calcolatori, una volta erano chiamati, anche gli attuali Personal Computers. Un’abitudine che, mia madre, ancora non ha abbandonato. I calcolatori, quelli che non fanno un ora in più se dietro non vengono foraggiati da un lauto compenso. Oppure i mercenari, le puttane e quelli del colpo dei soliti ignoti. Conti su conti. E poi ci sono loro i matematici, i logici. Quelli che la matematica la studiano di professione. Che la insegnano per diletto o per propensione. Quelli con gli occhiali che risolvono anche le peggio disequazioni di secondo grado o estraggono le radici dai quadrati delle loro menti. Eccoli a Roma questi, fortunati loro, geni del calcolo. Un Festival li celebrerà. E davanti le loro euristiche di pensiero e di calcolo, ci sarà solo da inchinasi. E rimaner, senza pronunciar numero, a bocca aperta

Fatto del giorno - L'Evento

postato da samu80 | marzo 14, 2007 18:16 | commenti (4)


sabato, marzo 10
 

punto g. (parte seconda)

cioè, quando il miglior Travaglio sta a sinistra

Informazione e potere. O “è” potere? Ce l’avevo questa domanda sulla punta della lingua, appena ho alzato le natiche dalla poltroncina del teatro. Un teatro gremito, certo. Il convegno era interessante, anche se, organizzato dalla provincia. Si, l’unica provincia in Italia guidata da un presidente, talmente comunista che, nel suo studiolo, al posto della foto del presidente della repubblica, tiene quella del Che. Note di colore a parte, il tema dell’informazione e potere, suscita sempre un certo interesse. Perché uno si aspetta sempre quel qualcosa in più, dai relatori. E non la solita zolfa sull’informazione che si spettacolarizza in tv. O quella che rincorre gli indici d’ascolto. Quella che segue le mode ed i venti della politica. Insomma tutta quella informazione piegata  ad hoc (e ad uso e consumo) per servire i benefattori che amministrano la nostra società. Ore 21 e 15, parte il convegno. E mentre gli organizzatori, fanno i saluti di ordinanza, i relatori si schiariscono la voce. In mezzo lui, Marco Travaglio, quello dell’odore dei soldi che puzzano di letame sul piatto. Alla sua sinistra (anche a livello intellettuale), siede Roberto Morrione. Uno che sull’informazione non è mica una verginella. Ex direttore di Rai-News 24, amico della combriccola dell’Associazione “Articolo 21”  nonché, redattore capo nella redazione del Tg1, quando c’era Nuccio Fava. Uno tosto che, qualche tempo fa, m’aveva anche rilasciato una bella intervista, proprio sull’informazione. Insomma, piatto ricco, mi ci ficco. E sono le 21 e 15 e si inizia a parlare. Volano parole grosse: denuncia, verità rubata, l’inchiesta è morta – si allarma il Presidente dal baffo bianco. Va azzerata la Gasparri, non esiste più dibattito. Il potere schiaccia l’informazione: urge una democratizzazione dell’informazione. Democrazia? Ulalà, allora c’è anche il bisogno di un’informazione “partecipata” e “plurale”. Le parole, in certi ambienti, sono importanti. “C’è la necessità al ‘diritto’ all’informazione”- tuona l’assessore provinciale alla Pace (non sto scherzando, la nostra provincia ha un assessorato alla Pace, che bella cosa, èh?). Diritto? Ed il ‘dovere dell’informare’?Ce lo siam dimenticati per strada, forse? Poi Morrione che ricorda alcune sue battaglie. Da questione internazionale sulla P2, all’ultima inchiesta sul fosforo bianco. L’ambiente si riscalda. E si inizia a menare sul serio. Poi, alle 22 e 29, fa la comparsa al convegno, un sostantivo blasonato: “Berlusconi”. Bla bla bla, pianto e stridore di denti., tra i relatori. Sudo freddo. E poi, lui, Travaglio. Oddio, se ci sarà ancora da piangere, lo giuro, scappo. Ed invece, eccolo lì, con la sua stempiatura, a giocare con le parole. Con quella sua ironia, vergata con il tono della voce. Con quelle sue ripetizioni sublimi: “Non ci fu fatto mancare nulla”. Ironico e graffiante, si riferisce al potere politico, alla mafia, ai suoi legami. E, sempre ironico, mena a destra e a manca. Più a destra che, a manca. C’è modo e modo di informare – dice. Si possono raccontare particolari, c’è bisogno di strumenti di auto difesa, perché l’occultamento della notizia (“La scomparsa dei fatti”, per dirla col suo libro), è all’ordine del giorno. E parte l’omelia contro Vespa che quando c’è da star sulla notizia, parla d’altro. Di dieta mediterranea, anziché della sentenza sul processo Andreotti, ad esempio. E poi Floris, che non entra mai nel merito. Butta là l’argomento, poi glissa sulla sua conoscenza dei fatti mentre,gli ospiti e li fa scannare su tutto. E Piroso, Antonello, dico, quello della trasmissione “Nulla di personale”? Ed il ruvido “Infedele” di Gad? Dove lo mettiamo?Ed il Ferrara Giuliano dell’ottimo “Otto e mezzo”? Dove lo mettiamo? Certo che l’elefantino de “Il Foglio”, una certa stazza autorevole ce l’ha. Come d’altronde, Piroso e Lerner, indipendenti, pur col loro pensiero ma, più sganciati di altri, dalle logiche del potere. Ma per il sinistro Travaglio, non fa il suo gioco, non gli tiene su la sua tesi di un giornalismo aggrappato al culo del potere. Peccato Travaglio, per questa dimenticanza. Intanto, per dovere di informazione, in medio-oriente, qualcuno la sta rischiando grossa. Mentre fare un punto sulla situazione del giornalismo attuale, significa sempre più, ragionare sul potere che gli amministratori (a tutti i livelli) hanno, di influenzare gli stessi media. Mezzi appunto per veicolare i loro pensieri.

postato da samu80 | marzo 10, 2007 14:59 | commenti (1)


mercoledì, marzo 07
 

punto g.

a volte mi vien voglia di chiedermi: ma che razza di mestiere è questo? Eppure ce ne sono state di persone che hanno viaggiato in capo al mondo. E ce ne sono. Col portatile in spalla, certo e,coi pensieri in testa. Ma con una trabordante passione per raccontare storie di altre persone, la storia degli altri ma, anche, del mondo visto attraverso gli occhi di chi, sul fronte, c'è sceso. E le mani se l'è sporcate. L'epoca della famosa Lettera 22 di Montanelli, è finita da un pezzo. Oggi c'è il giornalismo digitale, ci sono i blog. Ed il giornalismo ci sguazza nel mare magnum dell'informazione. Tutti ne vanno pazzi: scrivono e dicono la loro. E a tratti, sembra che il giornalismo, sia diventato, di colpo, un pò pantofolaio. Che basta andare su internet, aprire google o il sito dell'ansa e, l'informazione ti è a portata di web. Oppure raccoglere informazioni da casa, telefonare o farsi mandare un comunicato stampa e scriverle ed inviarle via mail, direttamente alla redazione. Che magari è a Fermo, Roma, Milano o in culo al mondo. Ed invece poi, uno scopre che, oltre al pigiama o la solita cravatta rossa a pois che spicca in tv, il giornalista, può anche indossare la canotta mimetica. Perchè in quei posti in cui va, pare che ci sia la guerra. Ed allora per una passione, si rischia anche la pelle. C'è la passione per l'approfondimento, l'arrivare dentro le cose, scrivere la storia con le immagini o con un'articolessa vergata su un quotidiano nazionale il giorno seguente. Con l'ebrezza di vedersi scritti: dal nostro inviato Pinco Pallino dalla città di Pinco Palla. C'è la passione ma, c'è anche il rischio che va calcolato. L'avere sempre una valigia pronta per partire, non significa, de facto, ritornare. Si va e basta. Anche se, a volte, il cuore è altrove, alla propria morosa, alla famiglia. All'Italia che, seppur sgangherata politicamente parlando, è sempre l'Italia. Passione e rischio, eccoli gli ingredienti del giornalismo fatto dagli inviati (ma non solo). E mi vengono alla mente due esempi come quello di Indro Montanelli o quello di Oriana Fallaci che, solo la loro passione per il racconto e la scrittura, l'hanno condotti in capo al mondo. Ma il pensiero poi, mi si sporca se penso alla Giuliana Sgrena che, della sua disavventura, guarda solo il lato economico. Che con un suo libro di memorie dall'odissea Irakena, dalla vendita, ci prende pure i diritti d'autore. Ma questa è un'altra storia.

Fatto del giorno

postato da samu80 | marzo 07, 2007 00:52 | commenti (2)


sabato, marzo 03
 

Uno su Due, ovvero il Volo della vita

E  così, Eugenio Cappuccio prosegue per la strada che aveva intrapreso con il suo precedente “Volevo solo dormirle addosso”. Il tema del lavoro, della vita che lo intercetta. Della ricerca disperata, seppur ironica, di dipanare, gli uni negli altri, contenuti su contenuti. Come nel gioco delle Matrioske, in fondo. Un gabbiano che vola. A filo del mare. E sullo sfondo il porto, quasi pitturato. Di colori che sfuggono nel traffico di Genova. Con Lorenzo, un avvocato rapante che ha raggiunto appieno il suo status. Una fidanzata, un collega di lavoro: è la vita che và nel suo ritmo, nella sua partitura serrata. Finché, un malore. E d’improvviso, la sospensione. Un accertamento e l’operazione. La malattia e la vita che si pianta, per un attimo, sul letto di un ospedale. Uno su due ne esce, non c’è scampo. La malattia che gli rode dentro, anche quando il suo compagno di stanza Giovanni, pure lui malato, gli insegna che il bello della vita sta nelle piccole cose. Nella lentezza dello scorrere o nell’odore del caffé da assaporare. Perché alla malattia, bisogna reagire. Con la passione per la vita. E questo, Giovanni, un Ninetto Davoli, in bilico tra il dramma e l’ironia, lo sa bene. Anche quando sei ridotto ad un numero, due, come quello del lettino d’ospedale di Lorenzo. Due, come la palla del biliardo che non va in buca. Due, come la stanza d’albergo in cui l’avvocato va a cercare la giovane Tresy, figlia di Giovanni. Uno su due ce la fa ad uscire da questo viaggio disperato. Uno su due. E Lorenzo vuole che almeno in punto di morte, Giovanni possa rivedere sua figlia. E va in Umbria a cercarla. Vuole far in modo che la vita possa essere vissuta più intensamente, almeno negli attimi. Per una pura reazione ad una vita da “rattenuti”: un po’ trattenuti, un po’ rattrappiti dagli eventi. Vuole così volare Lorenzo. E Volare alto, per provare l’emozione del poter guardare le cose dal di sopra. Ma vuole anche (e a tutti i costi), volare basso, dentro se stesso. Alla ricerca di un senso originario che prima, ancora non comprendeva. Nella sua vita, nel rapporto con la sua fidanzata. Un viaggio, nello spettro del dubbio, dentro se stesso. Ed è solo con la bellissima Tresy (tra l’altro, Montegranarese puro sangue, alla prima importante prova d’attrice) che questo viaggio può compiersi. Spiegarsi per poi aver la capacità di reinventarsi diversi o forse uguali ma, con uno spirito o, uno slancio nuovo.  Un film misurato e, nello stesso tempo, delicato. Con un Fabio Volo strepitoso che riesce a tessere, in un unico personaggio, la forza (e la debolezza) di chi è alla ricerca di una spiegazione logica delle cose. Ma anche di una bellissima Anita Caprioli, in un’interpretazione algida, nella complicata impresa, dell’essere vicina a qualcuno che, ancora vede nell’imprevisto, la chiave misteriosa di quella cosa chiamata vita.

Il film

Il blog

postato da samu80 | marzo 03, 2007 03:55 | commenti (2)


giovedì, marzo 01
 

mirrow:

sulla duplicità delle cose

Cuba, maschere in vetrina. Un po’ Narciso, un po’ Adone, un po’. Un po’ come quelle ragazzine che, davanti le vetrine dei bar, si sistemano accuratamente la frangia dei loro capelli o si sistemano il petto. Me ne sono accorto l’altra sera nei camerini del teatro. Mentre ci agghindavamo con i ghingheri ottocenteschi per il gran debutto. E Lorenzo, mentre si spogliava e poi rivestiva, si guardava allo specchio. E si riguardava. Specchio specchio, specchio delle mie brame. Chi è il più bello del reame? E mentre gli guardava allo specchio, mentre si guardava, Lorenzo si contorceva. Accennava un profilo, stemperava lo sguardo quando appunto erano i suoi occhiali rossi che si piegavano allo sguardo. Quasi come ci parlasse con quello specchio. Quasi fosse “altro” rispetto a lui pur essendo lui stesso. Una sua duplicità sconosciuta, latente ma, tutta da conoscere. Bicipiti leggermente inarcati poi subito distesi, un movimento delle labbra ed una lisciatine al mento con le dita. Quasi ci parlasse con quel particolare vetro rifrangente. Allorché, m’è montata la curiosità. Ma è possibile parlare con lo specchio. O meglio: è possibile che sia proprio attraverso un vetro che riproduce in maniera fedele, un immagine, la propria immagine, che s’innesca un meccanismo per cui scatta una meta-comunicazione?E poi. Siamo noi che parliamo o, è il vetro che ci parla di noi, della nostra prima ruga in fronte o del nostro primo capello bianco che ci fa capolino in mezzo alla chioma? La discussione certo, è aperta. E ognuno ha la sua teoria. Perché poi, ognuno ha un rapporto particolare col proprio specchio. Io lo utilizzo alla mattina, ad esempio, per la prima pettinata del dì.  O quando mi sbarbo. Lo specchio ti è fedele, va tranquillo. E ti dice sempre la verità. Anche quando la verità non vuoi saperla. Ed infatti, per molti, lo specchio è un amico. Altri lo odiano. Però tutti ne sono sempre curiosi. Perché dà l’immagine, la percezione che si ha, per un attimo, di sé stessi. Del proprio involucro su cui è ingabbiata un’anima che, aimè, non potrà mai specchiarsi se non che, nel suo contenuto unico ed inalienabile

postato da samu80 | marzo 01, 2007 00:18 | commenti (3)