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domenica, febbraio 25
musiche per un Oscar

C'è quella musica che mi fa letteralmente impazzire
Ennio Morricone da Oscar
sabato, febbraio 24
Accanimento Terapeutico
(quando nove mesi di amara cura, sembrano non bastare)

Non c'è pacs tra gli ulivi
ed intanto lo acacclamano di nuovo a gran voce: bis, biiiiiis!
Com'è bello però, esser governati col pallottoliere. Con la furia e l'angoscia di non arrivare coi numeri.
Siamo all'aritmetica, non alla politica
Fatto del giorno
mercoledì, febbraio 21
Via Crucis:
Nel secondo Mistero Gaudioso, si contempla la caduta (per la seconda volta al Senato) del governo Prodi
Fatto del giorno
Itae missa est
biografie di uomini illustri (o quasi)

Le biografie, non sono mica una stronzata. Un foglio da scorrere via con l’occhio, senza tanto soffermarsi. La biografia è forse la cosa più importante di un uomo. Quella traccia che rimane pur nello scorre del tempo o dei capelli che si diradano. E’ indelebile perché ti è addosso, te la porti dietro perché è parte di te. Parte del tuo operato in questa terra. Te la porti dietro, perché ne senti l’odore, perché poi le persone, di te si ricordano. Quello che hai fatto, visto, vissuto. E’ la memoria storica di un uomo, di un individuo, quella che rimane. Non c’è fatto che tenga. Me ne sono accorto scrivendo il comunicato stampa per il nostro prossimo spettacolo teatrale. C’è un certo Giovanni Botturi di Fermo, morto illo tempore. Insigne Professor e Vice Preside dell’Istituto Tecnico Industriale di Fermo. Il “Montani”, proprio quello in cui si formò tale Antonio Di Pietro (che anche lui, a biografia, non scherza). E fu proprio Botturi, letterato veneto, trasferito nelle marche, che ebbe tra le mani i manoscritti dello spettacolo “Le Invasioni Moderne” di Ippolito Nievo. Quanto al perché di questo passaggio dell’opera da Nievo a Botturi, non ci è dato sapere. O meglio. Le notizie in merito sono incerte. Riferimenti bibliografici scarseggiano. Qualche nota sull’introduzione in una piccola pubblicazione dell’opera. Nulla più. Quanto al quadro appeso proprio di lato al pianoforte del salone di casa, che dire? E’ una raffigurazione di Santa Cecilia che suona l’arpa in atto di guardare la croce. L’opera, del 1932, è di un tale Luigi Petronio, insigne mandolinista, nonché segretario del fu Conte Terenzio Mamiani della Rovere. Un’imitazione del Guido Reni, dichiara espressamente l’autore che, dietro la cornice, ha trascritto col calamaio la storia di quel quadro che – a detta sua - “per tre volte, Cardinali e Vescovi, respinsero il dono da me offertole della sublime opera spirituale”. Si dice anche che furono gli intellettuali romani, inaspriti della saggezza spirituale dell’autore dell’opera, a falsificare ad arte le biografie del fu Conte Terenzio Mamiani. Eliminando così, il nome dell’artista e la carica dello stesso, tenuta presso il Conte e senatore Terenzio Mamiani. Via del Lavatore 32, Roma, nei pressi di Fontana di Trevi. Una sola indicazione dietro la cornice. Dove prima era ubicata l’opera, oggi c’è un moderno forno. Nulla più. Le notizie si frammentano, via via. Gli elementi bibliografici mancano quando i suoi contemporanei sono oggi, tutti morti. Per non parlar del Marchese Cruciani, Montegranarese e fascista d’antico pelo. La famiglia, della sua biografia, ricorda i rapporti, in via epistolare che, all’epoca ebbe con Filippo Tommaso Martinetti. Wow, carta da lettere scritte di pugno, autografe. Non solo. Anche i contemporanei. Come il nostro Francesco Di Rosa, nato tra lì scarpà marchigiani e, capitato, un giorno davanti a Riccardo Muti che poi, lo scelse, come primo oboe alla Scala di Milano. Biografie, storie scritte con l’inchiostro della vita. Personalità illustri (o quasi). Destini incrociati, che a volte si toccano. Un po’ come Mon. Cantalamessa che, con quel suo cognome, non poteva che lavorar per Dio ed i suoi adepti.
sabato, febbraio 17

Venti anni senza Andy. Ma l'arte, pur rimanendo sempre più, "popolare", ancora non riesce a guardare oltre. Macina passato ed è oggi vintage. Sempre più vintage. Ancora in cerca della propria anima.

La ricorrenza
mercoledì, febbraio 14
Diario di Bordo:
Bastia e l'insostenibile leggerezza del concorso
Altro che presa della Bastia. Dal finestrino, via via, il mare viene inghiottito dalle montagne. Tra le stradine tagliate, di tanto, dai binari paralleli, che le attraversano. Il treno ha fischiato, diceva Pirandello. Macchè Eboli - tanto per ributtarla sulla letteratura – Cristo s’è fermato a Bastia Umbra. L’ho capito scendendo nella sua stazioncina, entrando nel suo unico androne rivolto ai binari. In solitaria, c’era solo una barista scialancata ed una ragazza eburnea che si mangiava il suo panino nella sala d’attesa. Scomparso il mio treno, nulla più. Solo il silenzio della montagna. E per un attimo, mi son sentito catapultato nell’attacco di un vecchio libro di Piero Chiara. Quel bel libro che è “Vedrò Singapore?”. Quando appunto il protagonista, arrivava nella stazioncina di Pontebba. Lui il concorso lo aveva vinto, io, al concorso, ci andavo. Ma per ora, di file chilometriche, manco l’ombra. Solo la trepidante attesa. E forse anche perché potevo così rivedere le mie amiche siciliane che, da Castelbuono -Palermo, risalivano su su, per l’Italia, anch’esse in cerca di fortuna, lavorativamente parlando. Però, non male, più di 23 ore di treno per un concorso. Via al concorso: trenta domande risposta multipla, mezz’ora di tempo. Fatto?Appello in rigoroso ordine alfabetico, come al campo di concentramento, tu devi consegnar loro i documenti e, loro, ti danno il numero. E come al campo di concentramento, ti metti in fila in attesa di poggiare le chiappe per poter “espletare la procedura” – dicono gli organizzatori. Un’ora e mezza d’attesa: bu-ro-cra-te-se. Un soffio. Intanto Antonio, per scaramanzia, come tutte le altre volte, prima di iniziare, butta giù un bicchiere d’amaro. Alle 8 e 35 di martedì mattina. Dice che, prima di ogni concorso, un Fernet Branca, non fa chè bene. All’anima. Oddio, qua però, per il regolare svolgimento della prova, bisogna attenersi scrupolosamente alle regole imposte, pena l’esclusione. Quello che legge le regole al microfono sembra uno della ghestapo. Modera il tono, please. Spero non scatti la galera per chi copia. Ma chi copia? A me, ai siciliani e al napoletano, c’hanno sparato in posti diversi e molto lontani fra loro. Meglio allora affidarsi alle proprie forze. Marco, cuore partenope, cerca di indottrinare (invano) la sua vicina nella sottile arte dello scopiazzare. I Napoletani, si sa, certe cose, ce l’hanno nel sangue. Alt, alt. La prova è terminata ed il chiacchiericcio si alza tra le disquisizioni di domande errate e quelle azzeccate. Quando la vita è tutta un quiz, quante emozioni. Ma qui non si vincono i milioni, come nella canzone. Ci sono solo 7 posti a tempo indeterminato da occupare. E noi, qui, all’Umbria Fiere, a fare il concorso, ne siamo malapena duemila. Uno su mille ce la fa, come dice Morandi. Ma intanto, è il sorriso di Valeria che mi riscalda il cuore. Quella sua carica che, dalla Sicilia, s’è portata fin qui. Fin nel cuore della Sibilla umbra. Per poi ripartire. Come me. Col primo treno per Foligno, poi per Fabriano poi, con la letturina poi. Quella simile al treno ma, più piccola e più lenta. Quella che, ciuf-ciuf, ritaglia la montagna per poi, incontrare, di nuovo, il mare.
domenica, febbraio 11
"VEDO/NON VEDO" di Tommaso Capolicchio

C'è chi parlava dei 15 minuti di celebrità. Ho sentito Tommaso al telefono. M'ha detto che, 15 febbraio, in programmazione notturna (a "La 25°a ora), trasmetterà il suo mediometraggio. In cui, con molta modestia, anche il sottoscritto, ha partecipato, in qualità di comparsa. Saranno i miei 15 (o forse qualcuno in più) secondi di personale celebrità televisiva. Sintonizzatevi su La7, lo spettacolo sta per iniziare
Vedo/Non vedo
sabato, febbraio 10
Simposio sulle Foibe :
Forattini- Montanelli, 11 gennaio 2001, botta e risposta sugli esuli dalmati ed istriani
Caro Indro, il 2 gennaio, anche se a tarda ora, è andata in onda su rai 3 una trasmissione ben documentata, sulla tragedia delle foibe. Finalmente dopo mezzo secolo di colpevole silenzio e sbianchettamento storico anche sui libri di testo, se ne parla e per di più sulla Tv di Stato, non omettendo le responsabilità dei comunisti italiani.In questa trasmissione si è pesino parlato delle difficoltà incontrate da magistrati onesti, per aprire un processo, anche dopo tanti anni, ai colpevoli italiani e slavi di quella vera e propria pulizia etnica, per rendere almeno giustizia a tante povere vittime (20 mila infoibati forse e più di 300 mila profughi spogliati di tutto e mai risarciti). Ora io ti domando perché nel 1975, dopo ben 30 anni da quei fatti, fu firmato dall’Italia l’iniquo trattato di Osimo che riconobbe definitivamente all’infoibatore Tito il diritto di annettersi un pezzo così nobile della nostra Patria? Giorgio.
Caro Giorgio, io cominciai a parlarne sul Corriere, nelle cronache, del drammatico esodo della nostra gente dalle terre ormai occupate dalle milizie di Tito. A darmene informazione furono proprio quegli scampati. Il Giornale poi, fece delle foibe, un suo “leit-motiv” che contribuì moltissimo alla nostra nomea di “fascisti”. Ed avrei molto da chiedere sui motivi per i quali, l’argomento foibe, viene oggi presentato come una scoperta. Ad Osimo, mi pare, su un punto fummo tutti d’accordo: riconoscere uno stato di fatto ormai irreversibile, nella speranza di migliorare le condizioni di vita dell’esigua minoranza di italiani rimasti sul posto e fin allora tratti come intrusi e abusivi. Oggi, ciò che potremmo fare, se ancora avessimo un minimo senso di Nazione, sono tre cose. Lasciar perdere le Foibe di cui non troveremo mai i responsabili per il semplice motivo che sono tutti morti (ma dov’erano costoro quando noi chiedevamo che venissero ricercati i responsabili slavi ma anche italiani allora vivi? E per questo che ci davano dei Fascisti!). Secondo: rinegoziare con la Croazia e la Slovenia il trattamento della nostra minoranza rimasta nei loro territori, buttando sul tavolo, come contropartita, i rapporti commerciali con essi. Terzo. Riunire in Quirinale gli esuli dalmati ed istriani rifugiatisi in Italia, per chiedergli perdono. Sono sicuro che Ciampi lo farebbe per il modo in cui li accogliemmo dando anche a loro di Fascisti ed insignirli di qualcosa di visibile che ricordi, a tutti gli italiani, che gli italiani migliori di tutti per serietà, dignità e coraggio, sono quei Fascisti lì, che Dio li conservi come sono. Indro.
mercoledì, febbraio 07
Allora, come si suol dire, siamo proprio sicuri che il tutto è qualcosa di più e (e di diverso) della somma delle singole parti?

Dovè la moglie? Dov'è la suocera?
Punti di vista: Sulla relatività delle cose, all'occhio l'ardua sentenza
Il dibattito FuoriLuogo
(e non capisco cosa c'entra Feltri in tutto ciò)
giovedì, febbraio 01
d'azzurro

“è la mente che ha ispirato il mio cuore con vivida immaginazione.
E che si piacque di infondere ali alle mie spalle. E di trasportarmi il cuore ad una meta prestabilita.
Per cui è lecito sprezzare la fortuna e la morte. Si aprono arcane porte e si spezzano le catene.
Che solo pochi varcano e, da cui, solo pochi si sciolsero.
Così, io sorgo impavido a fendere con le ali
l’immensità dello spazio”
Giordano Bruno – “De Immenso”

è questa la voce che dice, da questa parte, di qua
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