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martedì, maggio 30
sull'anima delle cose
Sull'anima delle cose. E del loro ri-utilizzo. "Manuale delle malattie sessuali", una raccolta di racconti di Piero Chiara, vecche copie di Dylan Dog ed alcune monografie degli anni trenta sul Duce. Persino le mille lire di una volta. Quadri vecchi e cianfrusaglie varie. Tutto è in vendita. Antiquariato, dicono i più. Modernariato, quelli con la puzzetta sotto al naso. Una cosa è certa: ai mercatini io mi ci perdo. E sto ore a scartabellare tra la carta o tra gli oggetti ormai in disuso. Disuso, una parola troppo grossa per gli appassionati dell'antico. Credete che gli oggetti muoiano con le persone? Macchè. Gli oggetti vivono al loro fianco. Poi quando le persone scompaiono, loro, gli oggetti, cambiano anima, si rinnovano nello stile e nell'uso del nuovo proprietario. Ho sempre in mente quella tela appesa nel mio salotto. Santa Cecilia che suona l'arpa, aquistata anni fa a Recanati da un rigattiere missino. La sua storia travagliata scritta col pennino dal suo pittore Luigi Petronio dietro la cornice. E quella tela del 1932, imitazione dello stile di Guido Reni, all'epoca non voluta dalla chiesa e stazionata per un pò di anni a Roma in una stanza proprio dietro Fontana di Trevi, quella tela ora è a casa mia. Non parla, questa tela appesa ma, comunica. Comunica che tutte le cose hanno un anima. Un'anima determinata dal loro utilizzo che le persone ne fanno. Come quel libro di fine ottocento sulle figure femminili del rinascimento che staziona nella mia vetrinetta di casa. Ho fatto carte false per prenderlo al mercatino di Fermo. Trenta mila lire del vecchio conio direbbe Bonolis. Tanto mi è costato questo libro appartenuto a tale Giuseppa Svampa di Montegranaro. Una mia concittadina, che non conosco per ovvie ragioni temporali ma, pur sempre parte della storia del mio paese. L'anima alle cose glie la diamo noi. Siamo noi che influenziamo il destino delle nostre cose. E poi uno si lega alle proprie cose. Per un ricordo o per un sentire che, guardando l'oggetto, fa ravvivare il proprio cuore
mercoledì, maggio 24
Hic et nunc
si, ha ragione il mio omonimo Bersani. Hic et nunc. Meglio l'aldiqà. Come il suo nuovo album. Il qui ed ora. Meglio sarebbe non guardar più quella linea immaginaria che divide il mare dal cielo. A lungo stanca.Meglio non sarpere, come si imponeva Leopardi, di sapere cosa ci fosse aldilà della siepe. Meglio fare come il piccione. Volare bassi come Povia sul cornicione. Come dicono i tibetani, meglio scendere dall'albero per osservarlo e capire come è fatto anzichè, strarsene tra i rami con la certezza di sapere cos'è un albero. Meglio darsi una mossa ora anzichè pensare che la prossima sarà la volta buona.
martedì, maggio 23
VERGOGNA ITALIANA

Signore e Signori, eccola qua la nuova vergogna del cinema italiano. E non si potrebbe neppure dire, come nel suo film :"La messa è finita". Nanni è da un pezzo che dice messa. Non quella alla Ratzinger o alla Ruini però. Ma quella delle prediche piagnucolose in piazza. Prediche movimentiste che approdano persino sui grandi palchi. E sul parterre di Cannes, durante la mostra del cine. E giù scosci di plaudenti mani al regista che che ha sintetizzato l'italia in una pellicocola di poco meno 90 minuti. Personalmente, sono andato a vederlo anch'io questo Caimano. Ma non m'ha saputo nè di me ne di te, questo filmettino. Non è totalmente un dramma contro il "regime" del signor B. Non è totalmente un dramma familare e personale. E' un pò e un pò. Il giusto per stroncarlo. E la cosa che m'ha fatto più male sono stati i rigurgiti di vomito che mi contornavano in sala quando l'attento montaggio del film metteva in mostra l'uomo di arcore. Avvertivo attorno a me sospiri di odio, rigurgiti di insofferenza e dentro di me ero sempre più incazzato. Incazzato nel vedere tutte queste persone che si battono per la democrazia poi, quando vedono una testa ex pelata dall'accento milanese, cercano a tutti i costi l'annientamento intellettuale e politico in forma dittatoriale del loro avversario. Che tristezza. Ma veniamo a Cannes. Mi dite per favore che c'azzecca,in confereza stampa del film, parlare male di quel signore votato dalla metà degli italiani? Allibisco. Di questa sinistra, allibisco. Uno va a Cannes a presentare un suo film poi, per parlare del proprio lavoro, annienta un uomo politico. Che cazzo c'entra? Scusate la dolce parola. E giù, con l'affosso. E claque di applausi. E' semplicemente una vergogna, questa. Una vergogna che mi ricorda tanto quella storiella cinese dello stolto che, davanti alla luna, guardava il dito.
Fatto del giorno
venerdì, maggio 12
Via Fani e le altre
Scusi, per Via Fani. Via Fani?D'hanno ammazzato Moro, mi dice. Poi mi strizza l'occhio. Che c'è da strizzar?Non capisco. Guarda, vai diritto. In fondo se vai a destra ci sta la casa Berlusconi, a sinista giri per Via delle Botteghe Oscure. Lì, ad un passo del teatro Argentina. La prima traversa sulla destra, giri e sei arivato. Arivato, senza una "erre" come s'usa qui a Roma. Sulle strade di Roma. Oggi è l'ultimo giorno del corso che sto frequentando a Roma e sono voluto capitare proprio lì, in via Fani. Non c'era più quella macchina rossa che ventotto anni fa nascondeva il corpo dello statista della Democrazia Cristiana che fu. C'era una schiera di corone di fiori ed una lapide in suo ricordo. La cosa che più m'ha colpito è che se svolti da Via delle Botteghe oscure in Via Fani, la prospettiva ti cambia di colpo. Dal traffico dei tram che scorrono ti ritrovi ripiombato in una stradina in cui l'unico rumore è il silenzio. E la cosa più bella è che questo è un silenzio talmente religioso che, a distanza di tanti anni da quel 9 maggio 78, ogni persona che passa, per un momento si ferma. Niente segni della croce però. Solo un rispettoso silenzio mentre gli occhi scorrono sulla lapide. Una breve lettura, puntini di sospensione prima di ripiombare sul cuore della città eterna. Le strade di Roma m'hanno sempre affascinato. Perchè nascondono, si stratificano nel tempo e, soprattutto, hanno quella capacità che solo l'evocare può offrire. Raccontano la storia, le strade di Roma. Di persone, di incontri o di scontri. I non luoghi, tra pubblico e privato, in cui si incrociano storie minime e personali
mercoledì, maggio 10
Prima i Tre Moschettieri rossi: Prodi, Bertinotti e Marini (quest'ultimo all'acqua di rosa).
Ora ci tocca anche Giorgio Napolitano.

E' OKKUPAZIONE DEL POTERE
Fatto del giorno
martedì, maggio 09
acqua calda
si parlava di massa, di elite ma, soprattutto di cultura. C'era Goffredo Fofi, sprocedato come sempre, nella diretta radiofonica beccata per caso mentre ero in macchina. Goffredo Fofi e Armando Traverso che facevano la diretta dal salone del libro di Torino. Tema principale: la recensione declinata nei suoi diversi ambiti. Dal libro al cinema. Dalla musica al teatro. Poi la sparata finale del Fofi. Ormai c'è solo l'estremo bisogno di parlare ad un piccolo nugolo di persone. Ad una elite ristretta. Il novecento, il secolo delle comunicazioni di massa ha portato solo danni. C'è bisono di scrivere, di parlare al mondo ma non bisogna mai perdere di vista che, parlare al mondo vuol dire scrivere, parlare o ad esempio confrontarsi con una piccola comunità di persone. Questo, in soldoni, il concetto espresso. La scoperta dell'acqua calda, dico io. La cultura, anche quella pop popolare ha sempre guardato a quel suo piccolo nugolo di persone. E non ci voleva l'arrivo delle comunicazioni di massa per ri-scoprire questa piccola verità. C'è sempre stata. Basta pensare al teatro classico, quello greco oppure pensare a Pasolini. Plauto, Aristofane non parlavano mica alla massa indistinta di persone. Facevano teatro e, per la loro attività erano nel loro intimo partigiani. Partigiani nel senso di "parte". Con i loro lavori, parteggiavano o colpivano il potere costituito. E Pasolini che parlava dei borgatari romani? Pensi che Pier aveva in mente, quando scriveva, quella massa di gente indistinta che era il popolo?Non ci penso affatto. Provate a leggere un qualsiasi scritto di semiotica di Pasolini senza avere il vocabolario accanto, poi fatemi sapere. La massa. La massa non esiste. La massa è il tutto. E quando uno parla del tutto, non parla di un accidenti. La massa è come la classe operaia che, ormai, è andata in paradiso per dirla come Elio Petri. La cultura guarda sè stessa da sempre. E' l'isolotto felice degli intellettuali. Sornioni, questi intellettuali che da quest'isola guardano il popolo che annaspa nell'acqua della loro incomprensione. Pensate che Warhol parlasse al popolo?Non è mai esistito il sentimento popolare nella cultura. Basta leggere i quotidiani. Si rimbalzano la palla tra loro simili, gli opinionisti. Da destra a sinistra. Di discussione in discussione si leccano le proprie ferite in pubblico. Ed il pubblico resta lì fuori. A guardare. Se questa è cultura....
martedì, maggio 02
Saggezza in pillole:
"I grandi amori si annunciano in modo preciso.
Appena la vedi dici: chi è questa stronza?"

Ennio Flaiano
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